venerdì 3 aprile 2015

FACCIAMO UN SACRIFICIO (?)

Ed eccoci alla Pasqua.
Beh, la cronologia lo esige e quindi, dopo il Natale, eccoci all’altra festività cattolica per eccellenza.
E tutti giù a rimpinzarsi a più non posso. Però …
Già, anche quest’anno c’è un “però” che aleggia su ogni media immaginabile. La questione dell’agnello.
Ricorderete tutti che l'anno scorso fummo invasi dagli spot, le foto e le campagne lanciate contro il consumo del belante giovane quadrupede. Quest'anno ci ripetiamo, con schiere di animalisti e altri gruppi analoghi decisi a lanciare un attacco diretto a tutti i famelici consumatori di carne per difendere la povera bestiola che, va detto, era già stata sacrificata proprio dal Padre Eterno, da suo Figlio, dagli Apostoli e da tutto il resto del popolo sotto la croce.
Ora, lungi dal volermi buttare in un’analisi della questione religiosa al riguardo però, insomma, la cosa mi sembra un tantino strana e anche un po’ estrema.

Ogni giorno tonnellate di carne macellata di ogni tipo è in attesa di essere acquistata sui banchi di vendita di tutto il mondo; ogni giorno migliaia di camion trasportano animali destinati al macello o già macellati; ogni giorno milioni di animali vivono la loro giornata negli allevamenti (in condizioni per lo più discutibili).
C’era bisogno di una nuova e ulteriore campagna mediatica ultra-intensiva in difesa dell’agnellino?
Qualcuno dirà: non vale solo per lui, ma anche per gli altri animali.
Molto bene, allora boicottiamo la carne!
Certo, come no …

La questione, come sempre, è più sottile, intrigata e ipocrita e non potrebbe essere altrimenti, giacché siamo umani.

Quelli che si sono fatti intenerire dagli spot e dai post sui social network pro-agnello sono gli stessi che invece del “piccolo” mangeranno bistecche di manzo, arrosti di vitello, braciole di maiale. Certo, vegetariani e vegani mangeranno altro, ma tutti gli altri?
Va detto che uno spot per salvare la vita al maiale sarebbe auspicabile, adesso, ma come la mettiamo con le succulente salsicce? 
E chi glielo dice al popolo di Firenze che mangiare la fiorentina sarebbe una violenza innominabile nei confronti dello sfortunato bovino?
Eh, già, il punto è che l’agnello raffigurato nelle varie fotografie è un cucciolo, tipo i cagnolini le cui foto riempiono di tenerezza canina tutto il web. 
Il cucciolo fa pensare ad un esserino indifeso che viene preso, ammazzato, scuoiato, squartato e fatto a pezzi pronti per la casseruola. Immagine terribile, dico bene? E come pensate che finiscano gli altri animali sui banchi delle macellerie?
Purtroppo, la nostra dis-umanità è racchiusa anche in queste nefande azioni: prendere le parti di uno, ma lasciare che il resto se la sbrighi come sempre.

Mi perdonino gli agnelli, ma temo che ci siano questioni ben più serie e gravi da affrontare che non spendere tonnellate di tempo (e anche denaro) per spingere questi messaggi, tra l’altro ben lontani dall’essere di una qualche utilità.

Perché, mentre pensiamo a salvare l’agnello dal sacrificio continuiamo a respirare aria inquinata, mangiamo cibi spazzatura di dubbia provenienza, fumiamo come ciminiere, ci spariamo dentro ettolitri di alcolici e, come se non bastasse, passiamo la vita a lavorare per un pugno di mosche per poi morire senza aver vissuto decentemente per un tempo ragionevole. Contribuendo a spappolare il pianeta che abitiamo.

Allora, facciamo davvero un sacrificio: smettiamola con le scemenze e occupiamoci d'altro, che sarebbe ora.

Buona Pasqua (?).



mercoledì 11 febbraio 2015

L’ULTIMA PAROLA DA RICORDARE


Non c’è più scampo, l’unica regola è fuggire.
Lontano dai resti marci
di quest’immondezzaio che ancora
insistiamo a chiamare casa.
Qui l’unica cosa che rimane
è l’insistente odore di morte
e di falsi Dei
e ideali fasulli.
Basta. Ora basta.
Andiamo via da qui.
Perché è già troppo tardi
e poi la cancrena colpirà anche noi.
Speranza è una parola
ormai senza senso da troppo tempo.
Speranza non c’è mai stata.
Né per me.
Né per te.
E nemmeno per i bambini già nati
e già infettati dal morbo,
e nemmeno per quelli che nasceranno.
Perché nasceranno…
E saranno i nuovi carnefici
e le nuove vittime.
Questo è ciò che ci aspetta,
il futuro luminoso di pace,
misericordia e amore…
Tutti proiettili che si conficcheranno
come lame putride,
nelle carni, nelle menti,
nelle anime,
negli spiriti,
nelle vite già morte di ogni nascituro
di questo mondo insanguinato.
Fuggiamo.
Vieni via!
Fallo per me, scappa,
e che sia lontano da tutto
così lontano quanto l’arcobaleno all’orizzonte,
lontano oltre le soglie del visibile.
Qui è già tutto morto.
Morto.
Di morte toccato e di morte straziato.
Morto come il pensiero
come il sogno
come la poesia e il mistero.
Morto perché di morte l’uomo sospinge
quel veliero fumoso chiamato futuro.
Abbiamo distrutto tutto…
Salviamo almeno questo.
Il nostro ultimo respiro.
L’ultima essenza che non abbiamo mai capito.
Fa che si salvi quell’ultimo sussurro
di un’esistenza passata a negare d’esser vivi,
passata a cancellare la magia dell’essere,
passata a distruggere il sogno del giorno dopo.
Perché domani non ci sarà.
Come non c’è stato ieri.
Noi che abbiamo camminato
in un eterno oggi,
maciullato dalle vergate dell’idiozia,
dell’indifferenza e dell’ipocrisia.
Senza mai avere altro scopo
che non fosse quello di vincere.
E avere,
e possedere.
E conquistare.
Ma cosa?
Cosa, maledizione, cosa?!
Nulla!
Niente!
Siamo niente
lo siamo stati per talmente tanto tempo
da dimenticare l’istante
d’inizio di questo frastuono che chiamiamo vivere.
Questo insensato e perdurante macello.
Figlio mio.
Amore mio.
Scappiamo via.
Che qui non è più posto da un eternità
per chi pensa e sogna
e per chi immagina e per chi spera
per chi fa di un istante
il cristallo prezioso da conservare.
È finita.
Non c’è più tempo.
Vieni via.
Il cancro si diffonde e presto toccherà anche a noi.
Fuggiamo.
E che sia per noi ‘domani’

l’ultima parola da ricordare.

giovedì 5 febbraio 2015

LA SOLITA VECCHIA STORIA (?)

L’Italia è un paese strano, l’avevate notato anche voi? E’già abbastanza strana la posizione geografica, che ci ha visti dominatori, dominati, divisi, accorpati, ma la situazione politica ha dell’incredibile.
Ci riflettevo giusto qualche giorno fa e poi, come è naturale che sia, arriva la notizia che non ti aspetti, ma avresti dovuto.
“Gli ex del Movimento 5 Stelle formano Alternativa Libera.”
Eccoli qua. Esattamente come gli altri, o peggio? Che dire, per ora non resta che aspettare, ma va da sé che, forse, qualcosa non quadra(va) nel M5S. Io me lo ero posto diverse volte, il quesito.
Un partito che nasceva come un’idea nuova, come una voce corale contro il sistema, come un grimaldello per forzare le serrature a doppia mandata della politica logora e consunta della nostra Repubblica; un partito che nasceva dal concetto semplice di “Stato al servizio del popolo”.
Eppure, sin dai suoi primi vagiti, si era intravista una strana ombra di non-democrazia all’interno del partito stesso. Un’ombra che, in seguito, si sarebbe chiarita molto bene, definendo i ruoli. Grillo e Casaleggio sono i deus ex machina e solo loro decidono chi, come, cosa, perché.
Certo, a sentire loro (soprattutto Grillo) il Movimento è assolutamente democratico nel suo statuto e nell’organizzazione, ma questo appare vero solo in parte, anche perché i componenti allontanati (o epurati, fate voi) non lo hanno fatto tutti di loro spontanea volontà (direi pochi) e le linee guida, soprattutto iniziali, da seguire nei confronti dei mass media non le aveva decise il Movimento nella sua interezza, ma solamente i due fondatori.
Ora gli epurati vanno a formare una nuova realtà politica e il nome (Alternativa Libera) ha effettivamente un che di polemico con il Movimento, non trovate?
Non bastava aver già avuto la cancellazione della Democrazia Cristiana (perché il partito di Casini cos’è?) con una emorragia di ex democristiani confluiti ovunque, dalla sinistra radicale, al centro-sinistra, al centro-destra; non bastava aver assistito al suicidio del Partito Comunista e alla nascita di Rifondazione, Comunisti Italiani, poi Sel, aggiungendo l’Ulivo, l’Unione e poi il Partito Democratico; non bastava nemmeno aver visto l’harakiri del Movimento Sociale, diventato Alleanza Nazionale per poi sparire all’interno del pantagruelico Popolo delle Libertà. Non bastava aver avuto partiti, partitini, partitacci di ogni ordine e grandezza.
Il Movimento 5 Stelle nasceva per dare una identità nuova alla politica di questo paese, ma in realtà non l’ha mai fatto. O, se l’ha fatto, l’operazione è parzialmente riuscita e, infatti, la nascita di un altro (ancora) partito proprio dalle costole del M5S fa comprendere come non si riesca ad uscire da questo pantano che è la concezione politica italiana.
Per dirla come un vecchio detto: ognun per sé e Dio per tutti.

Non mi fidavo prima di un Movimento che non si batteva sin dall’inizio sul medesimo terreno del potere e non mi fido oggi, a maggior ragione.
Il concetto è semplice: se vuoi battere il potere lo devi affrontare dove questo è più forte e, soprattutto, devi fare in modo che la gente ti senta.
L’Italia è un paese di anziani. Sono veramente tanti. E gli anziani, la grande maggioranza, guarda la televisione e legge i giornali: i due media per eccellenza e non solo in Italia. Sono pochi, percentualmente, quelli che navigano su internet, ma vanno tutti a votare. Io mi ricordo bene che tanta gente mi diceva, poco prima delle ultime elezioni politiche, che non sapeva se votare Grillo perché faceva tanto rumore, ma non si sapeva cosa volesse fare.
Perché impediva ai suoi accoliti di partecipare a quelle trasmissioni dove avrebbero potuto dire cosa voleva fare il Movimento e, sopra ogni cosa, avere un contradditorio?
Sì, lo so che i grillini si sono diminuiti lo stipendio e si battono come leoni in Parlamento, che cercano di fermare il Potere, ma allora cosa significa Alternativa Libera?
E se erano tutti d’accordo, perché ora non lo sono più?

Io non scriverò le mie conclusioni, le lascio trarre a voi. Però, vi lascio con un pensiero:
da ogni parte lo si ascolti, il pensiero politico di OGNI parlamentare e OGNI partito è diretto al bene del paese, al ritorno alla prosperità, alla soluzione dei problemi che ci affliggono. Se sono tutti d’accordo, perché non si è ancora fatto niente?
La solita vecchia storia (?).


Alla prossima.

mercoledì 28 gennaio 2015

Vivere E Morire




Nascita e morte. 
E’ racchiusa tra queste due parole la nostra parentesi sulla Terra.
Semplice, lineare.
Nascita e morte. Esattamente come ogni altro organismo vivente.

Ma noi siamo animali strani, e quindi arriviamo a considerare la nostra vita qualcosa di più importante, di più speciale. Di più rispetto, e a dispetto, di qualsiasi altra forma di vita.
(Ok, in larga parte. Ci sono delle minoranze con qualche briciolo di coscienza, lo so. Ma sono minoranze.)
Il perché noi guardiamo a noi stessi come ad esseri speciali forse è materia per filosofi e antropologi, anche se qualche psichiatra non guasterebbe, e quindi lascio a loro le congetture e le conclusioni.
Qui, invece, io mi voglio occupare d’altro.

Quando nasciamo noi siamo cuccioli indifesi capitati in questo mondo per caso o per volontà dei nostri genitori. Da quel momento in poi, per lungo tempo, dipendiamo da essi e dalla loro capacità di assicurarci una buona crescita e un habitat sicuro (e spesso da altri fattori esterni condizionanti). Abbiamo il diritto di vivere, in sintesi. E, soprattutto, di vivere nel modo migliore possibile.
E’ un assunto che non accetta condizioni.
Nello stesso modo in cui abbiamo il diritto di vivere, così abbiamo il diritto di morire.
E anche il dovere.
E’ brutto, lo so. A nessuno piace pensare alla morte.
Il problema nasce dal fatto che nella nostra società (in modo particolare quella occidentale) esiste un vero e proprio concetto sbagliato di morte.
Insegniamo ai nostri bambini ad avere paura della morte, come se fosse una cosa orrenda che succede se fai qualcosa di sbagliato. E quando essi diventano adulti, come noi, rimangono atterriti dall’idea della morte come se fosse uno spauracchio da esorcizzare, un mostro da combattere, un male da evitare.
Non è così.

Il ciclo della vita comprende tre fasi: nascita, esistenza, morte.
Punto.
C’è poco da sorprendersi, l’universo funziona così, che piaccia oppure no.
Parlo dell’universo non a caso.
Tutto, nell’universo, ha un suo percorso che non è diverso da quello di noi umani, ma noi dimentichiamo spesso un principio enunciato da Lavoisier:
“Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.”
Pertanto, la morte non è un orribile cosa che giunge per sopprimere e cancellare la nostra esistenza, ma soltanto un naturale processo per la fine di un ciclo.
E’ chiaro, da qui in poi si potrebbero aprire dibattiti sull’anima, sullo spirito e su altre cose, ma non è questo che intendo fare. Se vi va, potete farle da voi queste riflessioni.

Prima ho parlato di diritto e dovere di morire.
E’ la verità, che piaccia o meno.
Così come dobbiamo vivere, dobbiamo morire. Non possiamo, e soprattutto non dobbiamo, stravolgere questo stato di cose. Che senso avrebbe?
Vivere per sempre? E per quale motivo?
Possiamo vivere più a lungo, possiamo migliorare la qualità della nostra vita, ma poi, infine, è giusto che il ciclo finisca.
Quello a cui voglio giungere con questo lungo discorso, è una cosa delicata.
Molto delicata per quella parte di nozioni che appartengono alla morale comune.

Se è vero, come è vero, che in teoria (su questo fate una riflessione sulle popolazioni del terzo mondo) noi tendiamo a volerci assicurare una buona qualità della vita, lo stesso non si può dire sulla qualità della nostra dipartita.
Ci sono dei casi in cui il modo in cui si muore ha molta importanza, ed è legato a stretta mandata con la qualità della vita.
Per capire questo c’è bisogno di esempi.
Una persona colpita da una malattia invalidante che la renda inabile al punto tale da non essere più autosufficiente, e che in questa condizione rimarrà fino alla sua fine, ha il diritto di poter essere curata, assistita, controllata in ogni momento. E’ un suo diritto, come ho detto, e la società ha il dovere di assicurargli tutto questo.
Se questa persona, però,  in grado intendere e volere, non volesse più vivere in simili condizioni?
Se smettesse di volere un’esistenza privata di tutto quello che dona dignità ad un individuo?
Non scaldatevi tanto.
Pensate sia semplice diventare veri e propri schiavi di un corpo che non risponde più?
Riflettete su cosa vorrebbe dire non poter essere in grado di mangiare, bere, muoversi, andare in bagno, lavarsi senza l’ausilio di un aiuto esterno.
Una condizione dove persino comunicare senza l’aiuto di apparecchi sia impossibile.
Se una persona così volesse morire, dire basta, chiedere di essere lasciata andare, che male ci sarebbe? Soprattutto, dove sarebbe il male?
Forse ci opponiamo perché la nostra morale ipocrita non accetta di andare contro le leggi del divino? Perché pare che sia spesso il fattore religioso a fare da ago della bilancia.
Laddove non c’è, si sente spesso parlare, comunque, di diritto alla vita.
Diritto?
Qui non si parla di omicidio, come qualche titolato scriteriato vorrebbe metterla.
Quando una persona gravemente malata muore, non diciamo spesso che “ha finito di soffrire”?
E allora, perché non consentire a chi lo vuole di porre fine ad una sofferenza inutile?
A chi lo vuole, ho detto, non a tutti indiscriminatamente!

Qualcuno ha detto che l’eutanasia è disumana.
Ed è umano volere che qualcuno rimanga paralizzato in un letto fino alla fine dei suoi giorni, per di più contro la sua stessa volontà? E’ umano obbligarlo a rimanere prigioniero di un corpo che non funziona più?
Avete mai dato un’occhiata sul dizionario alla voce eutanasia?
Vi aiuto io:
Eutanasia – morte non dolorosa provocata in caso di prognosi infausta e di sofferenze ritenute intollerabili.
E poi parliamo di diritti umani…
Come sempre, ci dimostriamo insensati nei nostri giudizi e nei nostri convincimenti.
Avere il diritto di vivere è qualcosa di intoccabile, ma altresì il diritto ad una morte dignitosa è ancora più importante.
La nostra società si riempie la bocca con la storia dei diritti, con i precetti della chiesa, con la filosofia della vita e come sempre lo fa guardando un solo lato della medaglia.
Si parla di vita, senza guardare agli altri aspetti ad essa legata.

…sofferenze ritenute intollerabili…
Io non vorrei essere, un giorno, nelle mani di chi decide per me se devo soffrire o no e se si, per quanto tempo. E non vorrei che nessuno di quelli che amo si trovasse in una situazione simile.
Non c’è senso alcuno nel voler forzare un’esistenza che ha smesso di avere significato. Questo si che sarebbe disumano.
Ed aggiungo che è disumano, pensatela come vi pare, permettere che ci si svegli da un coma di anni e anni in uno stato semi-vegetativo per poi sopravvivere in uno stato di semi-esistenza.
Non è un inno alla vita, ma puro egoismo.

Noi nasciamo, esistiamo, moriamo.
Dovremmo occuparci con eguale civiltà di ognuno di questi aspetti.

Dovremmo… ahimè.




Alla prossima




sabato 24 gennaio 2015

L'Oscuro Incantesimo

(Uno sfogo...)


Sono cresciuto in un mondo che è gradualmente mutato intorno a me. Lo ha fatto sempre, perché la Storia è questa: un continuo mutare, cambiare, evolvere. Eppure, ora, osservo ciò che mi circonda e grazie a internet posso guardare anche molto lontano, in angoli del globo che non potrei raggiungere fisicamente.
Da molto tempo quello che vedo non mi piace più. E’ vero, la natura dell’uomo è fondamentalmente rimasta la stessa, ma adesso sembra che abbiamo alzato l’asticella per nuovi tipi di sopruso, di violenza, di dominio, di abuso. Non riesco a capirlo. Da tempo abbiamo in mano le chiavi per rendere la vita di tutti molto migliore, per cambiare le regole e far diventare la nostra casa, il nostro pianeta, un posto bello, sicuro, senza oscurità.
La mia natura cinica non mi è stata donata dalla genetica, ma dall’esistenza all’interno di una società umana che invece di migliorare, imparando dalle lezioni del passato, ha sistematicamente esasperato i suoi aspetti peggiori. Sono diventato cinico grazie all’esperienza che la vita mi ha regalato, e il grosso del problema, per me, è che io non voglio questo cinismo. O meglio, non lo vorrei.
Vorrei poter guardare i bambini che giocano e pensare che il loro domani sarà una continua meraviglia, un continuo esplorare, imparare, crescere senza smettere di giocare e sorridere; invece, mi rendo conto che la maggior parte di loro avrà dall’esistenza regali molto meno romantici e luminosi.
Costringiamo i nostri figli a crescere in una Terra dominata dall’odio, dalla sete di potere e denaro, dall’idea di dominio dell’uomo sull’uomo, dal concetto di superiorità, dalla discriminazione; insegniamo loro che esistono diversità cattive, nocive, da estirpare ed eliminare e quando non lo facciamo noi, come genitori, ci pensa il mondo intorno a loro a inculcargli i peggiori e bassi istinti che hanno sempre fatto la differenza nella Storia.
Il mondo in cui cresceranno non sarà migliore di questo perché la tecnologia ci avrà portati su Marte o su un pianeta lontano, o perché la medicina avrà estirpato il cancro, o perché potremo coltivare mais e granoturco anche sule rocce o sulla sabbia. Il mondo in cui cresceranno sarà peggiore. Come oggi è peggio di ieri.
Lo facciamo noi, così. Noi creiamo il futuro. Il nostro e anche il loro.
Invece di far capire ai bambini che è l’individuo che può sbagliare, ancora oggi ne facciamo una questione di razza, di bandiera, di colore della pelle, di cultura, di ricchezza e di povertà. Insegniamo loro a dividere. Da subito.
Eppure, basterebbe così poco per iniziare a reinventare un futuro che sembra già scritto. Cominciare a porgere una mano, iniziare ad essere meno cattivi e crudeli a prescindere. Meno egoisti.
Lo so, la natura dell’uomo è questa, ma l’evoluzione ci ha fatto scendere dagli alberi e ci ha fatto camminare, pensare, creare. Perché non possiamo iniziare noi, di nostra volontà, un nuovo passo evolutivo? Smettere di essere i crudeli e violenti bipedi che siamo e capire che è l’unità che ci aprirà l’ingresso per un futuro davvero migliore, sotto ogni aspetto.
Non vi soffermate mai a pensare a che tipo di esempio siamo per i nostri figli quando le nostre parole sono piene di odio, di cattiveria, di prepotenza, di arroganza, di violenza, ma anche di potere, di superiorità, di opportunismo, di egoismo?
E’ questo il mondo in cui siamo cresciuti e in cui cresceranno anche loro. Continuare a puntare il dito sugli altri, sulle colpe e le responsabilità degli altri, non ci farà sentire meglio in eterno, perché presto o tardi dovremo riconoscere le nostre, di colpe. Le nostre responsabilità.
Quanto ancora dovrà alzarsi l’asticella perché arriviamo a capirlo?
Quando guardate i bambini pensate al mondo che vivono dentro di loro e a quello che gli stiamo facendo. Loro sono puri, semplici e avrebbero il diritto di crescere in un ambiente che dona loro il meglio di quello che siamo.
Abbiamo dimostrato in tante occasioni di poter essere migliori di aggressivi mostri affamati e crudeli; abbiamo esempi, nella storia, che ci danno la possibilità di capire come cominciare a cambiare. Esempi di come siamo capaci di costruire, invece di distruggere. Di donare, invece di estorcere.
Abbiamo, dentro di noi, la possibilità di creare un futuro diverso per loro, ma anche per noi, invece del macello che abbiamo portato fin qui.

A volte mi capita di svegliarmi all’alba e di andare subito alla finestra, nella speranza che qualcosa, durante la notte, abbia spazzato via la parte peggiore di noi. Purtroppo, non esiste questa magia, ma solo l’oscuro incantesimo che osservo ogni giorno.


venerdì 23 gennaio 2015

Diversità





Comincio col dire che io vorrei essere un pacifista. Mi piacerebbe, davvero, ma questo vorrebbe dire mostrare il fianco a quello che mi circonda.
Sono un essere umano e per forza di cose sono fallibile e non ho la verità in tasca.
(Diffidate da quelli che sembrano averla tra e mani, la verità, sono i più pericolosi.)
Hermann Hesse disse:  «Se guerra ci sarà per molto tempo ancora, forse per sempre, il superamento della guerra rimarrà il nostro fine più nobile e l'ultima conseguenza della civiltà cristiano-occidentale. »

Il fine più nobile. Il fine ultimo. L’illuminazione avvenuta nelle menti di noi tutti per il prossimo passo evolutivo.
…mmm…troppa roba. Ricomincio.

Mi piacerebbe non dover dire «Io sono un pacifista! », perché vorrebbe dire che la guerra non c’è.
Invece, in questo letamaio che è diventata la nostra cara, vecchia Terra, dove ti giri c’è una guerra, un conflitto, un battibecco, una rissa. Non c’è verso di riuscire a stare fermi senza tirar legnate a destra e a manca.

Se diamo un’occhiata alla Storia, cosa che facciamo sempre per i motivi sbagliati, ci accorgiamo che i periodi storici realmente di pace praticamente non ci sono stati. Beh, sì, forse nel Neolitico, ma non ne sarei tanto sicuro.

L’Uomo è spinto da un istinto aggressivo ai limiti dell’irrazionale, lo so, ma come facciamo ad invertire questa tendenza? E, soprattutto, è possibile?
La risposta cinica è: no.
La risposta realista è la medesima.
La risposta politicamente corretta è: attraverso la cultura e l’educazione dei nostri figli possiamo ambire ad abolire la violenza dalle generazioni future.
Mi rendo conto che l’ultima è una stronzata colossale e presumo ne conveniate tutti.
Perché? Ve lo spiego subito.

A partire dall’infanzia noi insegniamo alla prole il concetto di diversità, ma non quello di uguaglianza. Ahimè, è proprio questa una delle ragioni che spinge la nostra specie a dar battaglia continuamente e senza sosta. Perché tutto ciò che è diverso da noi, sia che si parli di cultura, di religione, di colore della pelle, di provenienza, di estrazione sociale è sinonimo di potenziale pericolo.
Vi sembra di no?

Eppure è piuttosto facile verificare questa affermazione. Basta che vi guardiate attorno.
Basta sfogliare un quotidiano a caso o ascoltare un telegiornale qualsiasi per rendersene conto, o magari guardare una delle tante trasmissioni di intrattenimento che la televisione ci propina di continuo. Troviamo casi di disparità ovunque, spesso velati da falso moralismo da quattro soldi.

La politica è principesca, in questo. Destra contro sinistra.
Ha senso che due fazioni politiche esistano se entrambe dicono di volere il bene del proprio paese? Ovviamente no.

E lo sport? Lo sport dovrebbe essere la punta di diamante dell’unione e della coesistenza.
Nella pratica sportiva, fatti salvi pochissimi esempi e non sempre costanti, la competizione si trasforma in qualcosa di feroce e l’attaccamento ai “colori” rappresentativi, siano essi nazionali o meno, diventa ossessivo, quand’anche aggressivo. Ha senso che lo sport divida invece di unire? Assolutamente no.

Per non parlare della religione, vera e propria macchina discriminatoria e belligerante ( non me ne vogliano i credenti e i fedeli di qualsivoglia culto, ma se ne facciano una ragione).

Dall’alba dei tempi, dal momento della creazione del primo totem, idolo, icona, Dio, c’è sempre stata una battaglia tra chi aveva un Dio e che ne aveva un altro.
Tra la verità di uno e quella del suo antagonista. E anche adesso le cose non sono tanto cambiate, basta vedere il comportamento dei “buoni cristiani”, come amano definirsi.

In via del tutto teorica, due dei basamenti del cristianesimo dovrebbero essere la tolleranza e la solidarietà, ma, in tutta onestà, quando vengono applicati?

Primo: tolleranza verso cosa? Ma per tutto, che discorsi! Dalla diversità come concetto, al diverso come individuo.
Secondo: solidarietà verso chi e quando? Ma verso chiunque e sempre, non ci sono restrizioni.

Eppure, la religione non mantiene le promesse che fa. E non solo quella cattolico/cristiana, ma anche quella ebraica, quella islamica e tutte le correnti che ne sono derivate e che, tutte, predicano le medesime cose di cui sopra.
Il Dio Supremo è importante per capire come si sviluppa il pensiero “sbagliato”. Esso si manifesta come il Creatore e la sua parola è legge. Esso ti obbliga, non ti indica, come, cosa, quando, dove e anche perché.
Per essere un’Entità Superiore è palesemente egocentrica e l’egocentrismo, piaccia o no, è parecchio umano.
Ma ipotizzando l’esistenza di Dio, di qualsiasi culto, ha senso che Dio ti dica di essere tollerante e solidale se poi, nella pratica, tu ti comporti in modo palesemente opposto?
No, c’è poco da ribattere.

Dando un’occhiata ad altro, avete notato come il nostro intero sistema sia pervaso dal potenziamento della diversità come fattore di disgregazione?
Guardate i confini nazionali sulla carta geografica. Due persone che abitano a cento metri l’una dall’altra, ma divise dal confine, si stanno antipatiche per la bandiera che le rappresenta. E più si scende in piccolo, dai confini nazionali a quelli regionali, provinciali, ci sono dispute sempre accese, cenni di scherno, antipatie.
E i confini, badate bene, non esistono.

Non esiste Italia, Francia, Russia, Stati Uniti, Paraguay, Cambogia. Non esistono. Sono concetti fumosi, retrogradi, antichi, senza senso. Sono linee tracciate sul mappamondo e non ne troverete traccia sulla terra che calpestate.
Ma il Sistema vi racconta che noi (italiani) siamo diversi dai francesi. E anche dai russi. Per non parlare dei cambogiani. E in cosa siamo diversi? Quante volte ve lo siete chiesto?
Rispondetevi.

E poi, ah, beh, certo, poi c’è il massimo della diversità che ancora oggi tiene banco. Il massimo che il Sistema tende a spingere nella mente della gente: il colore della pelle.
Inutile che facciate tanto i moralisti, il razzismo è insito nella natura umana. Purtroppo, è sbagliato il concetto.

Già, perché quella a cui appartenete voi e tutti gli altri abitanti (umani) di questo pianeta è la stessa, medesima razza. Quindi, razzismo è un concetto scemo, poiché non esistono tante razze umane, ma una sola.

Il bianco, il nero, il meticcio, sono tutti uguali, tutti.
Eppure si stanno sulle palle a vicenda che è una meraviglia.
Pensate che un bianco sia diverso da un nero o da un meticcio o da uno più pallido o da uno più scuro? E in cosa sarebbero diversi?
Ecco, bravi, rispondetevi.

Arrivati fin qui è il caso di riprendere in mano il concetto da cui siamo partiti. La guerra.
Finché esisteranno divisioni all’interno della comunità umana ci saranno sempre guerre. Sempre. È bene farsene una ragione, perché è un circolo da cui, per ora, non si esce.

Io posso rinunciare alla mia salvaguardia personale e non combattere, se attaccato, per un bene più grande, come lo può essere la dimostrazione di un concetto fondamentale come l’uguaglianza; ma sono umano, sono fallibile e ho anche dalla mia il principio di autoconservazione, e quindi tendo a difendermi.

Sono intelligente e posso rinunciare alla vendetta, ma comunque reagirei e questo, forse, non è tanto in linea con la frase “Io sono un pacifista”.
Preferisco, infatti, questa frase: “Io non sono per la pace, sono contro la guerra.”
Sono sicuro, oggi, di poterla applicare sempre?
No.

No, perché ci sarà sempre un umano che non la penserà così e vorrà qualcosa di mio, vorrà impormi un credo, vorrà togliermi un principio, vorrà abusare della mia vita e farà questo con la forza. Sempre con la forza della violenza, che è, a tutt’oggi, l’unica forma di comunicazione globale che conosciamo.

E invece siamo tutti uguali.
Camminiamo, mangiamo, beviamo, dormiamo, facciamo l’amore, pensiamo, parliamo tutti allo stesso modo e le differenze che ci dividono dovrebbero arricchirci e indicarci il prossimo passo evolutivo, partendo dall’educazione della nostra prole.
Ma questa è utopia. È aria fritta.

E continueremo a scannarci l’uno con l’altro come poveri idioti senza cervello.
Prospettiva per niente carina, presumo.


Saluti.