lunedì 22 febbraio 2016

RIVOLUZIONI




Come aggiustiamo un paese che non vuole essere aggiustato? Come possiamo rimediare a una situazione che è palesemente degenerata?
Forse non è possibile. O almeno, non lo è finché continuiamo a voler tenere la testa sotto la sabbia.  

Ho scritto: un paese che non vuole essere aggiustato. Ed è vero. 
Ciò, però, non deve indurre al pensiero che sia la classe politica (chi legifera) il problema, perché essa è l’effetto prodotto dal nostro continuo silenzio-assenso. 

Noi abbiamo accettato: un certo numero di promesse; un certo numero di idee; abbiamo chiuso gli occhi di fronte a lapalissiane storture; “perdonato” una serie infinita di deviazioni dal concetto principale, quello di far crescere il nostro paese. 
In una parola: compromessi. 

È fondamentale comprendere che la prima responsabilità di quello che accade è nostra, perché senza questa consapevolezza continueremo ad aspettare l’arrivo di un salvatore che ci traini fuori dal fango in cui stiamo agonizzando. E ciò non avverrà mai.
Allora, come ribaltiamo la situazione? 


Beppe Grillo, quando ancora faceva il comico satirico, disse una cosa che non abbiamo compreso: la politica è al servizio dello Stato e dei cittadini, non il contrario.
Tenuto in debito conto questo concetto risulta semplice dedurre che non si può prendere per buone le parole della classe politica (tutta) quando afferma che “bisogna fare sforzi per risollevare il paese”, perché questi sforzi sono chiesti ai cittadini dello stato escludendo quelli che dovrebbero rispondere per primi a questa chiamata (la classe politica, appunto). 


L’esempio di un’azienda risulta chiarificatore: 
un'azienda è un organo che a seguito di prestazioni (qualsiasi esse siano) riceve dei compensi.
Su questi compensi gravano una serie di imposte e detrazioni fisse (stipendi dei lavoratori dell’azienda e altro) e una volta esaurite tutte le spese ciò che rimane è l’utile dell’azienda. Il guadagno.
Se però l’azienda, nella figura dei suoi dirigenti e dei lavoratori, opera male e perde compensi, ne consegue che si deve cercare la responsabilità e quindi si deve individuare colui (o coloro) che è responsabile del cattivo andamento dell’azienda stessa.
Normalmente questo comporta un licenziamento per i dirigenti e/o i lavoratori indicati come cause della perdita. 

Ora che abbiamo fatto questo piccolo e banale esempio, pensiamo all’Italia come a una azienda e arriviamo al sospirato nocciolo della questione: se l’Italia va male perché è amministrata da anni in modo inefficace e improduttivo, perché a farne le spese devono essere i cittadini che non legiferano?
Perché dovremmo essere noi a pagare per il cattivo funzionamento dello Stato quando non abbiamo voce in capitolo sulle leggi che vengono promulgate? Appunto.
E infatti qui si torna a bomba all’inizio: l’unica arma a nostra disposizione, finora, è stata la votazione. Le elezioni. Straordinario! 

Ma è vero che è l’unica arma? Ed è vero che l’abbiamo usata bene? 


Fino a oggi per poter cambiare le cose (guida politica) abbiamo avuto le elezioni come sistema per far sentire la nostra voce. In realtà ciò che non ci è mai stato chiaro, nemmeno ora ed è evidente, è che l’èlite seduta in Parlamento è stata sempre quella e, soprattutto, che sembra esserci un virus che contagia i nuovi arrivati; prima di andare a sedersi sugli scranni sembrano battaglieri alfieri dei cittadini e dopo si trasformano in avvoltoi.

Certo, si può obiettare che non si può applicare questa frase a tutti gli eletti, ma dal momento che la maggior parte si comporta in questo modo è lecito desumere che: 
a) parecchi prima erano dei falsi onesti;
b) alcuni sono rimasti onesti ma vengono relegati a comparse o tartassati personalmente per “non nuocere al Sistema”.


Purtroppo, le prove a sostegno di un Parlamento viziato da meri interessi personali sono così tante che anche gli onesti parlamentari (pare che ce ne siano...) finiscono nel tritacarne del “sono tutti uguali” e non si può giudicare male il pensiero del cittadino se egli è portato a una simile considerazione. 

Bene. È necessario, quindi, un cambiamento radicale.
Possiamo esercitarlo con il voto? La risposta è no e il motivo è paradossale. 

Nello sconfortante panorama politico le alternative di voto non sono molte.
Quando siamo alle urne noi tendiamo a fare considerazioni di questo tipo (userò i colori per distinguere): 
a) i bianchi sono stati al potere tanto tempo e non hanno cambiato nulla; 
b) i rossi sono stati poco al potere, ma non hanno cambiato quasi niente; 
c) i verdi non ci sono mai stati (al potere) e se si dimostrassero inadeguati farebbero più danno, quindi voterò o i bianchi o i rossi; 
d) non voto nessuno; 
e) (estremo) non vado a votare. 

Questi sono i cinque “casi-tipo” dell’elettore medio. E come risulta chiaro, non se ne esce, perché l’unica cosa abbastanza ragionevole sarebbe di permettere ai verdi di poter dar prova della loro capacità di governare.
Anche perché, qualora non fossero in grado, le opposizioni li farebbero a pezzi facendo cadere il governo e riportando il paese a nuove elezioni.

In ognuno di questi scenari il potere dei cittadini è legato a un voto, a una scheda e alle urne. Troppo poco per un paese completamente in mano alla corruzione in ogni ufficio, in ogni angolo e interstizio del mondo politico/parlamentare.

Quindi, abbiamo usato l’arma delle elezioni come potevamo e al meglio delle nostre (limitate) capacità di giudizio, supponendo che presto o tardi la legalità avrebbe vinto. Un’utopia. 


L’altra arma che abbiamo in mano per tentare di portare coloro che governano a più miti consigli è colpire dove risulta più difficile fermarci. La produzione e il lavoro. 

Ciò che noi chiamiamo “tasse” è un ingarbugliato sistema che raccoglie, in modo forzoso, del denaro dalle tasche di ogni cittadino (e di ogni azienda) e lo devolve alle casse dello Stato. 

Quel che viene fatto con queste tasse è un agglomerato spaventoso di cose, tra le quali ci sono anche gli stipendi dei “nostri amici parlamentari”.
È chiaro che bloccare la produzione significa, prima di tutto, danneggiare delle aziende, soprattutto quelle grandi. È un ostacolo che non è possibile aggirare e temere di essere “cattivi” agendo in questo modo è esattamente quello che vogliono farci credere. 

È dalla produzione (in tutte le sue sfaccettature) che passa la gran parte delle risorse monetarie che finiscono nelle casse statali con le tasse e bloccando questo flusso si manderebbe in stallo il Sistema, immaginandolo come un immenso groviglio di ingranaggi. 

Per comprendere come potrebbe funzionare immaginate che per 72 ore le produzioni industriali, i servizi, le microimprese, si fermino.
Immaginate che altrettanto facciano i fruitori (gli utenti) di tutta una serie di servizi (pubblici e privati). Cioè, qualche milione di lavoratori che rimangono a casa senza preavviso. 
Dai manager ai tecnici specializzati, dagli operai ai commessi. E che gli avventori non si rechino ai soliti acquisti quotidiani per lo stesso tempo, 72 ore. Tutto fermo.


Quando si dice che il tempo è denaro…
Provate a pensare al danno che si verrebbe a creare, in termini economici, per un simile stallo di soli tre (3) giorni. Produzione ferma, economia ferma. Uno sciopero ad ampio raggio su tutto il territorio nazionale.
La perdita sarebbe spaventosa e probabilmente risulta di difficile previsione. 


E qui sorge una domanda: come reagirebbe un governo di fronte a una nazione ferma? Una nazione che si rifiuta di obbedire semplicemente ponendo a terra i suoi strumenti di lavoro e lasciando nel portafoglio anche i soldi della spesa?
Come potrebbe un governo rispondere a una simile situazione? Difficile prevederlo. 

Probabilmente le prime reazioni politiche sarebbero quelle di sciacallaggio informativo. Cavalcare l’onda del dissenso popolare per accusare il governo attualmente in carica di non essere adeguato, di non aver previsto l’accaduto, di non aver risposto “alla pancia dei cittadini”; in buona sostanza, quello che accade ogni volta che una parte dell’elettorato manifesta qualcosa. 

Questo tipo di sciacallaggio, tra l’altro e incredibilmente, si alzerebbe anche dagli alleati del governo in carica. E anche questo è un particolare che ci è sfuggito a più riprese: non importa quando e non importa come, ma è importante sempre tentare di salvarsi il culo accusando altri.

In un Sistema Politico come quello italiano, dove la meritocrazia è andata a ramengo molto prima del crollo della fantomatica Prima Repubblica, mettere in scacco il portafoglio “delle poltrone” è di sicuro il miglior modo per creare un terremoto.
Grazie a internet, più che mai utile per questo tipo di azioni, si verrebbe a creare un effetto domino informativo che scatenerebbe il panico assoluto anche sui mercati finanziari, che vedrebbero le Borse saltare per aria mandando Milano (il centro della Borsa italiana) col culo per terra. 


Domanda: e dopo?
Ecco, più di “come facciamo per realizzare una sventola del genere” dovremmo chiederci cosa fare dopo, quando la sventola è arrivata. 
Ci sarebbe bisogno di un Leader? O di un Portavoce? 

Sicuramente non sarebbe male averne uno capace di colloquiare, ma potrebbe non essere indispensabile. Non subito. In Italia gente onesta ce n’è, anche nel panorama politico, e qualcuno in grado di prendere le redini di un palazzo allo sfascio si farebbe avanti. 
Sarebbe quello giusto? Non possiamo saperlo, ma sicuramente in una situazione del genere non potrebbe fare più danni di quelli già presenti.

Il punto sul Leader è molto spinoso. Come ho detto, abbiamo dei politici onesti nel marasma di gentaglia che siede in Parlamento, ma ce ne sono anche fuori dal Palazzo.
A mio avviso sarebbe auspicabile una voce fuori dal coro, esterna alle dinamiche parlamentari e inizialmente di difficile “avvicinamento” da parte delle lobby politiche ultra-corrotte.

Bene. 

Ora vi ho chiarito sommariamente il “cosa” e anche una parte del “dopo”. 
Quello che rimane da capire, posto che tutto questo discorso possa avere un senso per qualcuno oltre che per me, è “come” arrivare a realizzarlo. 

Se ne scrivo e ne parlo è perché, a mio modesto avviso, ci sarebbero i presupposti sociali per avviare una simile “macchina da guerra”. 
Ma i presupposti legati al disagio sociale che si vive in Italia non sono sufficienti, perché il grande punto interrogativo è strettamente legato alla volontà del popolo (tutto il popolo) di essere, per la prima volta dal secondo dopoguerra, veramente protagonista di una rivoluzione. 
E qui entriamo nel campo delicato delle visioni che ognuno ha del futuro e di ciò che pensa che il futuro debba riservargli. 


Oggi, con la situazione attuale e i rapporti politici interni ed esterni (quelli con la UE e gli alleati di altri continenti), l’Italia non offre ai suoi cittadini nessuna garanzia di crescita economica, sociale, professionale.
Non è il parere di uno scontento disilluso, ma un dato di fatto che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. Non esiste un solo campo in cui l’Italia non possa dire di essere migliore di altri paesi, perché abbiamo le risorse, le menti, la preparazione per pretenderlo. 

Ciò che blocca e incatrama l’Italia in una posizione assurda di sottomissione e sottosviluppo è la gestione dello Stato, e la gestione è in mano agli organi politici che hanno, di fatto, dimostrato di essere inadeguati, non attendibili e indifendibili sotto ogni punto di vista e in ogni situazione (almeno considerando gli ultimi trent’anni). Non esiste nessun partito, prima e adesso, che non sia passato per accuse di corruzione, concussione, rapporti mafiosi e che non sia stato indagato, almeno una volta, nella figura di uno o più dei suoi rappresentanti. 


Se volessimo dire che il Movimento5Stelle è fuori da questa lista nera, altrettanto non possiamo fare per la serietà che una parte dei loro rappresentanti ha chiaramente dimostrato di non avere, dal momento che anche il M5S ha avuto la sua parte di parlamentari passati ad altre forze politiche con quello che chiamiamo “walzer delle poltrone”. Una pratica assai poco edificante per chi si spacciava come “alternativa alla vecchia politica”.


Il “come fare”, allora, diventa quasi di seconda importanza.
Eppure, è vitale riuscire a capirlo. Tutto sommato è abbastanza semplice verificare se esiste anche un solo presupposto valido per ognuno di noi. Basta chiederci se siamo disposti a non avere nessun tipo di futuro. Perché di questo si tratta. La partita sul futuro che ci aspetta passa dalla nostra volontà di averne uno, di futuro. 

Non si deve pensare alla difficoltà che comporterebbe un “interregno” di scosse sociali dovute al blocco delle produzioni, ma a ciò che potremmo costruire durante quel periodo per avere un domani da giocarci con le nostre mani. 


Ed eccoci di nuovo tornati all’inizio. 
Ha senso sperare che giunga una fantomatica salvezza dall’attuale panorama politico? No.
Ha senso pensare che qualcosa possa cambiare quando è acclarato che non esiste prova tangibile che i governi presenti e passati abbiano fatto (o facciano) veri passi avanti per il bene reale del paese? No. 
Ha senso tenere in considerazione le parole dei leader politici quando ogni giorno abbiamo conferma della loro inaffidabilità? No. 
Ha senso pensare che i governanti tengano al bene del paese quando chiedono ai cittadini sacrifici che loro stessi non sono disposti a fare (e di fatto non fanno)? No.
Ha senso confidare su ideali fasulli spacciati come veri quando alla base della loro permanenza in Parlamento i politici hanno solamente il denaro e le agevolazioni che questo status comporta? No.


Se ne deduce che, dal momento che la politica serve a legiferare per il bene del paese, questa classe politica, nella sua interezza, ha completamente fallito e deve essere esautorata.
Non ci sono alternative.
Esattamente come nel caso dell’azienda che va male, così l’Italia deve licenziare coloro che l’hanno male amministrata e che non hanno, mai e in nessun modo, veramente tentato di risollevarla. Prove alla mano, senza paura e senza rimpianti.
Hanno fallito e vanno rimpiazzati. 


Da chi? In giro brave persone che hanno studiato e che sarebbero in grado di provare a gestire il paese ce ne sono. E, sì, dovrebbero essere cambiate un po’ di regole, per essere sicuri di non ricadere nei medesimi errori. 

Lo so, state pensando che è utopia anche questa e forse non avete tutti i torti, ma personalmente credo che l’idea del blocco delle produzioni (e dei consumi) per 72 ore sarebbe una prova accettabile e forse non così difficile da attuare, grazie al tam tam di internet.
Tanto per tastare il polso ai papaveri seduti nelle “stanze del potere”. 

Ci hanno preso a calci nel culo finora, siamo sicuri che l’ultimo modello di Iphone e la movida del sabato sera non siano sacrificabili per tentare di avere un futuro? 

Potremmo dimostrare che questo paese vuole essere cambiato e può cambiare. Che non ci fa paura niente, nemmeno le mafie, nemmeno le minacce, nulla. 
Che vogliamo per noi, e per chi verrà dopo di noi, un futuro da costruire. 


 Le Rivoluzioni nascono così. 
 E le Rivoluzioni si possono vincere se siamo disposti a combattere. 
Sempre.



venerdì 5 febbraio 2016

LA RAGIONE PER CUI



Siamo qui per uno scopo? Non lo sappiamo.
Abbiamo cercato di intuirlo in molti modi, ma non abbiamo trovato nulla che vada bene per tutti. Sappiamo che c’è stato un inizio, per la nostra specie, e la scienza ha cercato, e cerca tuttora, di dare una spiegazione ragionevole e logica. Attraverso lo studio, la ricerca e l’analisi delle prove che ci vengono fornite dal passato si è cercato di arrivare a delle risposte, anche se è pur vero che spesso troviamo nuove domande.
L’Inizio ha cercato, e trovato, spiegazione nelle parole dei culti religiosi. Ognuno di questi, a modo suo, traccia una via su come il Creatore avrebbe dato inizio al Tutto. Scientificamente non sono plausibili, spesso sono contradditori e illogici, ma hanno accolto consensi e non solo in epoche in cui il Sapere e la Conoscenza erano ad appannaggio di élite ristrette, ma anche nell’epoca moderna. Un dato di fatto resta incontrovertibile: noi siamo qui e se siamo qui è perché in qualche punto del passato tutto è iniziato.
Questa certezza è la sola che abbiamo. Non ci sono prove, né testimonianze concrete, dell’esistenza di una ragione che motivi la nostra esistenza. Purtroppo, noi sentiamo l’esigenza di dover trovare per forza “La ragione per cui”. Curiosamente, potrebbe esserci una risposta certa, pur non essendo quella che vorremmo ascoltare. Il motivo è semplice, quanto disarmante: siamo esseri limitati, nel corpo, quanto illimitati nella mente, ma è la coesione tra queste due parti che è sbilanciata, perché prestiamo alla parte “materiale” della nostra esistenza la maggior parte dell’attenzione.
Vedere, ascoltare, annusare, gustare, toccare sono i cardini su cui si muove la nostra percezione dal momento in cui nasciamo; a ogni passo della nostra vita ciò che ne scandisce la permanenza è il mondo fisico, con tutte le sue incredibili e variegate sfaccettature. Quel che rende possibili queste interazioni è il nostro cervello, eppure noi tendiamo a dimenticare questa splendida e incredibile macchina biologica. Lo diamo per scontato.
Il cervello è qualcosa di fisico eppure, svolte le sue funzioni di coordinamento, esso si “trastulla” con la creazione di una quantità inimmaginabile di dati: il pensiero. Ed ecco giungere il paradosso. Viviamo il mondo che ci attornia con i nostri cinque sensi e con essi ne misuriamo l’estensione, la capacità, la densità, ma quello che consideriamo “immateriale” è quello che dà più senso al “materiale”. Alla continua ricerca di risposte, tralasciamo il fatto che esse nascono da domande che la nostra mente formula di continuo. L’interminabile indagine che portiamo avanti con l’osservazione troppo spesso è ridotta a un cumulo di dati che, fine a sé stessi, ci inducono a conclusioni imprecise, incomplete.
E "la ragione per cui” continua a sfuggirci.
Lo scopo della nostra esistenza e il punto d’origine dell’immenso di cui siamo parte è un grande affresco, una sterminata tela in divenire. La prima pennellata non è meno importante di quella, ancora fresca, appena depositata. Solo il movimento armonico del pensiero e del corpo, dell’immateriale e del materiale, sono in grado di condurci sul sentiero della conoscenza e della comprensione che esiste un motivo per cui esistiamo.
Quando l’evoluzione ci avrà portato fin lì, sarà stupefacente osservare quanto meraviglioso cammino ci aspetti ancora, prima di togliere la parola fine dal nostro vocabolario.
E osservare che l’inizio non è mai cominciato.

domenica 15 novembre 2015

La Terra Dell'Uomo

Accarezzo la robusta corda
che mi fissa con il suo cappio,
pronto e gelido.
Tutt’intorno una massa silente
che altro non attende
se non l’esecuzione.

 Il boia non c’è, il boia sono io.
Ed io il condannato...

Giudici e giurie grigie hanno sentenziato
ma poltrone e piazze non si sporcano le mani.
Alla fin fine questo è vivere
nella terra dell’uomo.
Pagare l’inadeguatezza.
Pagare la diversità.
Il prezzo è alto,
alto come il corpo che penzolerà inerte
alto come il brusio della folla cieca.
Incurante di chi si troverà appeso domani.
Incurante di chi ci si trova ora.
Morte è spettacolo
nella terra dell’uomo.
Si scuote il cappio sotto i colpi del vento.
Un ultimo movimento solitario
prima della danza.

 Il boia non c’è, il boia sono io.
Ed io il condannato.

 Poi saranno fremiti di folla goduriosa
e tra la folla qualcuno sentirà [vicino]
il tormento del prossimo venuto.
Stringe la corda
ed io sollevo gli occhi:
in alto un uccello vola.
Inconsapevole bestiola fortunata,
male che vada vittima d’un fucile
ma mai d’un suo simile.

Tira la corda.
Stringe e non molla.
Io odo solo l’ultimo silenzio,
fetido e falso,
della terra dell’uomo.

mercoledì 4 novembre 2015

La Colpa


La colpa non la vuole nessuno.

La colpa è una parola che si tende a scaricare sempre su altri, o su altro, anche a costo di diventare irragionevoli e illogici.
Ci si è sentiti dire spesso, durante gli anni della crescita, che si deve essere responsabili delle proprie azioni; lo hanno fatto i genitori, i nonni, i fratelli e le sorelle più grandi, ma anche gli insegnanti, a scuola. Anche in età adulta abbiamo sentito parlare del senso di responsabilità. Dai nostri superiori, ad esempio, o dai datori di lavoro. Nonostante le due parole possano essere legate tra loro (c’è vicinanza tra le frasi essere colpevoli di qualcosa  e  essere responsabili di qualcosa), è proprio la parola Colpa che fa mettere le mani avanti.  

Arrivati all’anno di grazia 2015 ne abbiamo viste di tutti i colori, da tutte le parti e senza escludere niente e nessuno; il perfido gioco dello scaricabarile è diventato una norma, anziché un’eccezione. Non solo, ma abbiamo perso (noi popolo) completamente il lume della ragione, andando a cercare responsabili/colpevoli ovunque, senza nemmeno tentare di comprendere come e perché certe cose siano accadute e per reale (lapalissiana, direi) responsabilità di chi.
Come siamo diventati così ottusi? Questa è una gran bella domanda.
Ne avrei un’altra: eravamo dei fenomeni fino a qualche tempo fa o più semplicemente siamo solo peggiorati?
Mi piacerebbe sapere la vostra opinione.

Nel frattempo, occupiamoci di qualche esempio chiarificatore e facciamolo puntando il dito su alcune cose di estrema attualità.  

Oggi la situazione politica italiana è indefinibile.
Il dopo-Berlusconi è stato un trotterellare senza senso tra presunti esperti economisti salva tutto, elezioni senza risultato e successivi balbettii di figure da operetta messe sullo scranno più alto senza che si sia giunti ad uno straccio di miglioramento. Anzi, è vero il contrario. Riavvolgendo il nastro ci si accorge che la destra dava la colpa alla sinistra e viceversa.

Ogni volta che un’elezione dava un risultato, l’eletto di turno tuonava contro il precedente governo per la situazione che si era trovato in mano. Così, quando il governo cadeva, o giungeva al termine della legislatura, si ritornava alle urne con le solite promesse. Le stesse che ascoltiamo oggi. Contro chi tuona Renzi? E Letta, Bersani, Monti, Berlusconi, Prodi con chi se la prendevano? Ma con chi c’era prima, ovvio.
Purtroppo, chi c’era prima era parte dello stesso sistema scriteriato che il cittadino ha sempre accettato con il suo assenso. È possibile, quindi, che noi-popolo si sia corresponsabili di questa situazione grottesca e drammatica?  

Oggi sembra che la colpa sia solo del Pd (che non saprei se definire sinistra o destra, onestamente) e pare che tutti quanti abbiamo dimenticato che in Parlamento siedono gli stessi che erano presenti anche prima della situazione attuale. Il Pd è diventato il Demonio nella stessa misura in cui prima lo era soltanto Berlusconi.
Siamo noi ad avere la memoria corta? Non possiamo aver dimenticato che non esiste partito, in Parlamento, che non abbia avuto (o abbia) corrotti, collusi, indagati e condannati. Certo, abbiamo il Movimento 5 Stelle.

Una ventata di aria fresca, almeno nelle facce e nella fedina penale (per ora), ma prima di farmi una vera opinione vorrei che gli fosse data la possibilità di governare. Il che significa che, ancora una volta, la palla passa a Noi. Non ci piace, ma è così. Ma se si salva solo questo partito, per quale motivo sono in tanti a prestare ancora ascolto a tutta quella masnada di furfanti che occupano il resto del Palazzo? Abbiamo rimosso dalla memoria le Leggi Ad Personam, le promesse sempre disattese su pensioni, lavoro, economia, la imperdibile ignominia dell’entrata nell’Euro senza un referendum; non c’è stato un solo governo che non abbia tirato l’acqua al proprio mulino e riempito le proprie tasche e ancora abbiamo il coraggio (e la sventatezza) di dire che alle prossime elezioni voteremo Pd, Forza Italia, Lega Nord e altro ciarpame.

Diamo la colpa a tutti, continuiamo a votare gli stessi figuri e alla fine ci lamentiamo perché siamo in balia di questo sistema. La colpa di chi è? Vi siete mai domandati perché e come siamo arrivati alla situazione attuale? Non c’è stato nessun colpo di stato, nessuna forzatura anticostituzionale. Semplicemente, il popolo ha permesso (con il silenzio-assenso) che un governo dopo l’altro facesse tutto quel era necessario per arricchire un’unica casta, rendendola quasi inattaccabile. La loro. E quando sono state approvate leggi che evidentemente andavano contro la logica, il cittadino (noi) si è solo lamentato, ma senza insorgere.    

Passiamo ad altro. Un argomento molto delicato. L’immigrazione.
Qui assistiamo quasi a un plebiscito.
È altissima la percentuale di italiani che vede gli immigrati come un problema da sradicare.
Se abbiamo carenza di lavoro è colpa degli stranieri che ce lo portano via.
Se abbiamo criminalità in crescita è colpa degli stranieri.
Se abbiamo più tasse è colpa degli stranieri.
E via dicendo.

Gli stranieri sono IL problema. La Colpa è tutta loro. E se non fosse così? Se invece la causa di tanti problemi fosse da un’altra parte?

Nello specifico: si evidenziano di continuo le note negative legate agli immigrati, ma quasi mai le cose positive. Sarebbe come dire che, dal momento che l’Italia è la culla di Mafia, N’drangheta e Camorra, allora tutti gli italiani sono dei criminali. È un concetto che non sta in piedi.
Il vero problema legato agli immigrati è da cercare più in alto. Noi tendiamo a vedere la colpa nell’effetto, non nella causa.  

Si riversano in Italia (e in Europa) migliaia di persone dalle zone più disagiate dell’Africa e dell’Asia perché gli viene permesso di farlo. E questo non avviene da qualche mese, ma da sempre. Una vera regolamentazione  non c’è mai stata. Un vero controllo non si è mai effettuato. Si è solo tentato di arginare il problema e regolare alla meglio una situazione  insostenibile in partenza.  

Vi siete mai chiesti perché esiste il Terzo Mondo?
E chi lo ha creato? O è sempre stato lì, ma lo scopriamo adesso?

Il termine è entrato a far parte del linguaggio politico nel 1955, nella conferenza di Bandung, per poter distinguere i paesi in via di sviluppo che non facevano parte di quelli ad economia di mercato e di quelli ad economia centralizzata. Quelli capitalisti e quelli comunisti, Patto Atlantico e annessi e Patto di Varsavia, ad essere concisi.
Ma il termine “in via di sviluppo” era obsoleto già allora.

Oggi siamo arrivati ad avere una nuova classificazione: il Quarto Mondo. I paesi più poveri della Terra, dove istruzione, speranza di vita alla nascita, reddito procapite sono da considerare ridicoli.
La cosa che sfugge a molti è che tutti questi paesi sono stati, in passato, delle colonie. L’Europa, in particolare, ha tiranneggiato in lungo e in largo.
Gli Stati Uniti d’America, anch’essi nati come colonia, non solo hanno sterminato i popoli che abitavano le terre da loro occupate, ma hanno importato schiavi dall’Africa senza riserve (o pensate che le popolazioni nere d’America siano autoctone?).  

Ora, dopo essere stati dominati, schiavizzati, sfruttati, dissanguati in ogni senso, questi popoli ancora non hanno alzato la testa dal fango.
A parte quelle colonie asiatiche divenute potenze, come l’India ad esempio (il cui cittadino medio non è comunque economicamente all’altezza di un europeo), la quasi totalità degli Stati africani vive in uno stato di povertà, con governi dittatoriali armati dai paesi ricchi, multinazionali che ne depredano ancora le risorse ed emergenze umanitarie all’ordine del giorno.

Gli stati del medio oriente sono in continua lotta. Uno contro l’altro, tutti contro tutti. Una guerra oggi, una domani e i popoli in mezzo, a subire le conseguenze di regnanti dissennati.

Poi la questione palestinese e lo spauracchio israeliano che minaccia chiunque abbia qualcosa da ridire (curioso, uno stato che non dovrebbe esistere è uno dei più ricchi del mondo, nonché potenza nucleare).

Così, in questa situazione da orrore vero, arriviamo alle migrazioni.

Spinto dal desiderio di fuggire dalla miseria, dalle guerre, dalle malattie, dalla carestia, dalla schiavitù, un intero mondo si muove lentamente verso il Primo Mondo. Il nostro.

Questa gente porta tragedie nelle proprie valige. Certo, molti non sono santi e a causa di queste mele marce noi facciamo di tutta un’erba un fascio e li giudichiamo. Diamo la colpa a loro, come se fosse veramente loro la responsabilità del mondo in cui sono nati. Invece la colpa è nostra. Del comportamento dei nostri Stati e che noi abbiamo sempre evitato di giudicare veramente. Giudichiamo questa massa che arriva. I negri, li chiamiamo.

Qualcuno ha detto che dovremmo aiutarli a casa loro. Curioso, a casa loro noi portiamo armi e prendiamo petrolio, oro e altre cose che ci servono.  
Allora, di chi è la colpa?

Ci lamentiamo che alcuni di loro siano dei violenti e dei criminali e io vi do ragione. Ma andate a cercare notizie su cosa ha fatto il buon uomo bianco da quelle parti e poi ditemi chi ha cominciato.
Il gioco di “chi ha iniziato a fare che cosa” può essere illuminante per capire perché un certo tipo di effetti si sono manifestati.    


  La colpa è una brutta bestia.
Come dice il vecchio adagio: è come i debiti, non la vuole nessuno.
Però, è chiaro, da qualche parte il colpevole esiste.
Perché, che piaccia oppure no: nulla accade senza una ragione; se si manifesta un problema significa che qualcosa lo ha provocato.
Queste due frasi sono di una banalità sconcertante, eppure le applichiamo soltanto a ciò che ci fa comodo, invece di farlo con tutto.

Mi fermerò qui con gli esempi (che rimangono tali e scelti proprio perché di attualità) , però mi piacerebbe che passasse un desiderio di riflessione dopo aver letto queste righe.
Vorrei che si smettesse di puntare il dito su qualcuno o qualcosa senza aver prima soppesato le reali dinamiche che hanno portato all’effetto.

Cerchiamo le cause, prima di lanciare invettive e ponderiamo su quanto noi stessi, nel nostro piccolo, possiamo essere responsabili di qualcosa.  

Esistono infinite variabili da considerare, quante sono le infinite potenzialità dell’essere umano.
Non è mai tempo sprecato quello passato a riflettere prima di giudicare, perché nel mondo in cui viviamo emettere una sentenza sommaria, o “di pancia” se preferite, è diventata una pratica abituale.
Che vi piaccia oppure no, è sbagliato.

È estremamente liberatorio ammettere di aver commesso un errore, di qualsiasi tipo. Ed è nella nostra facoltà di esseri intelligenti poter tornare sui nostri passi e correggere il tiro, quando comprendiamo di aver puntato il dito sulla parte sbagliata.  

La Colpa non è un tumore maligno, non è un virus mortale. Può averla ognuno di noi senza dover morire.
Ma non è nemmeno qualcosa che puoi scagliare a piacimento, senza pensare.  

La Colpa esiste.
Prendiamoci tutti le nostre responsabilità prima di emettere sentenze.

martedì 6 ottobre 2015

PAROLE AL VENTO E IL BENEFICIO DEL DUBBIO

Sono stanco di leggere (e ascoltare) le solite cose.
Ovunque vai c’è gente che spara a zero su questo e su quello, che ne sa più di altri, che è sicura che una parte sia il bene e l’altra il male.
Sarebbe bene iniziare ad informarsi prima di sputare sentenze.
Se nel privato tutto ciò è detestabile, nel pubblico, e più in generale per ciò che riguarda il mondo, è addirittura intollerabile.
Che l’animale-uomo sia preda della cattiva abitudine di parlare a vanvera, è cosa nota, ma mai come negli ultimi anni ho assistito a carrellate di stronzate uscite dalla bocca (e dalla penna) di tantissima gente. Persone comuni, come me, e di “alto profilo”, tipo giornalisti, politici e altre categorie.

Sicuramente il web ha permesso a chiunque di improvvisarsi esperto e opinionista di ogni sorta di argomento e questo non ha giovato alla qualità delle argomentazioni. Se ai tanti che già peccano di saccenteria senza avere né arte né parte aggiungiamo pure quelli da cui ci aspetteremmo un minimo di riflessione prima di parlare, che puntualmente non avviene, la cosa diventa esasperante.

Tra le varie correnti d’informazione ormai cavalcate senza ritegno c’è quella del sensazionalismo dirompente. Non è importante l’argomento in sé, ma come sei capace di renderlo accattivante, soprattutto con un titolo fuorviante.
Beppe Grillo, che un tempo stimavo e che adesso mi ha decisamente stancato, ha fatto di questo una regola.
“Siamo in guerra!”
“Tutti a casa!”
“La fine dell’Euro!”
Titoli così (che sono solo un esempio fatto da me, ma andate a controllare il suo blog e ne troverete a camionate di simili) catturano l’attenzione di chi passa per la rete e, onestamente, gli fa anche prendere un colpo.
Per dire: oggi appare sulla pagina facebook di Grillo questo titolo “L’Italia in guerra”.
Pare infatti che il nostro paese parteciperà alle azioni militari in medio oriente con i propri caccia bombardieri.
Non è la prima volta, non sarà nemmeno l’ultima.
Se volete dare un’occhiata alle operazioni internazionali in cui l’Italia è coinvolta ora vi invito a dare un’occhiata qui
Senza dubbio troverete scritto che si tratta di missioni di Peace Keeping, ma trattandosi di militari e non di infermiere, potremo chiamarle in altro modo. Fate voi.
Ma il titolo “L’Italia in guerra” è chiaramente esagerato e, soprattutto, non tiene conto del fatto che in guerra ci siamo stati parecchie altre volte, negli ultimi anni, e non sempre abbiamo gridato allo scandalo.
Uno legge un titolo così e gli viene un coccolone! Già pensa di mettere i sacchi di sabbia davanti a casa…

Sempre per rimanere in tema, il sito www.tzetze.it oggi riporta questa notizia “USA adotteranno misure per contrastare la Russia in Siria”. Fin qui, ok, ci può stare. Lo stesso articolo viene pubblicizzato da Grillo sulla sua pagina facebook con questo titolo “Ultima ora. Inizia la terza guerra mondiale? Gli USA hanno intimato a Putin di…” e non c’è il resto. Nel senso che proprio non lo trovi!
Andando a leggere l’articolo nel dettaglio, si scopre che quel titolaccio era una colossale cazzata.
Il contrastare, nello specifico, si rivela essere una collaborazione.
Allora, la terza guerra mondiale arriva o no?
Perché esasperare una notizia creandone una che non c’è?

Passiamo a Il Giornale.
Oggi, sulla pagina di facebook del quotidiano,  si legge “Un’altra Ebola. – Quella febbre sconosciuta che spaventa il mondo.”
Già così, non ti viene da star tranquillo, così, clicchi e vai a leggerti l’articolo.
Avete letto?
“Una febbre sconosciuta sta falcidiando il nord del Mali”.
Allora ti armi di coraggio e leggi. Quando hai finito, l’incazzatura è a mille. E se non ci credete, leggetevi l’articolo.
I morti? 100. Gli abitanti? Oltre 14 milioni. La causa? Probabilmente malaria o una diffusione di meningite. Niente misteriosa febbre venuta da chissà dove!

Capito cosa intendo per Sensazionalismo Dirompente?
Queste e altre notizie, pompate di steroidi, servono ad inculcare in tutti noi un senso di vertigine. Perché il cittadino medio, preso da mille cose da fare, preoccupazioni, lavoro, famiglia, legge il titolo e, purtroppo, in massima parte si concentra su quello.
Così il signor Bianchi arriva a casa stressato dalla giornata e guarda la moglie dicendogli: “Tesoro, c’è un'altra epidemia in Africa, l’ho letto oggi. Arriverà anche qui… E in più ci toccherà di stare attenti perché siamo entrati in guerra. Speriamo che non si arrivi alle armi nucleari…”

Accendendo quella maledetta scatola che è la televisione si viene poi a contatto con la disinformazione più assurda.
Quando si parla di media di regime non si ha ben presente l’argomento. E la stessa parola (regime) è fuorviante.
Non c’è un regime. C’è un Sistema.
Non è l’Italia che pilota le notizie. Non è l’America, o la Russia. Esiste un controllo sistematico delle informazioni a livello internazionale. Come faccio a saperlo?
Non lo so! Mi permetto di dedurlo da quello che vedo sulla televisione  italiana, su quella tedesca, su quella anglo/americana, da quello che mi viene detto da amici turchi a riguardo di quella del loro paese e da amici russi per il medesimo motivo.
Ogni paese ha livelli precisi di disinformazione, per controllare le masse. Per controllare noi.
Ho scritto qualche giorno fa un articolo sulla paura che ci viene instillata e l’informazione pilotata serve proprio a farci andare (o non andare) sempre verso una direzione precisa.
Se ci rivelassero le verità dietro agli avvenimenti, nel giro di una settimana si scatenerebbe una rivolta.
Invece ci incatramano alle sedie con guerre, terroristi, malattie, e chi ne ha più ne metta.
Gonfiano ogni cosa e sapere la verità, o dedurla, è un’impresa difficile. Ci si può arrivare, attraverso la lettura approfondita e magari grazie a qualche bravo studioso o qualche giornalista senza veli (pochi, ma ci sono), posto che non vengano eliminati prima (non fisicamente, basta sputtanarli un po’).
Leggere e informarsi è un dovere, ma non lo è credere ciecamente a ogni cosa.
Il beneficio del dubbio. Sempre.

Per concludere, il web.
Come dicevo, ha partorito una miriade di siti dove puoi leggere di tutto. Dalle farneticazioni nazifasciste di nostalgici dementi alle invasate tesi rivoluzionario-comuniste di allucinati figuri con la cultura di un toporagno. Per non parlare dei siti mistico/religiosi/esoterici, dove trovi le più fantasiose puttanate che si siano mai lette.
In questi contenitori virtuali le notizie di attualità sono filtrate da così tanta ignoranza che la metà basterebbe a rimandare tutti gli imbrattacarte alla prima elementare.

In ultimo, ma non ultimo, proprio il social network più famoso del mondo (facebook, ovvio) rasenta la follia in quanto a scriteriate dichiarazioni di milioni di teste di legno.
Io non sono per la censura, ma a volte una resettata sarebbe necessaria.
Lì dentro c’è la summa di tutto quel che non vorresti leggere.
Si passa dal becero razzista all’anarcoide invadente.
Non puoi leggere di gente che vorrebbe riaprire Auschwitz e rimanere impassibile.
Non puoi vedere un personaggio noto come Ted Nugent (cantante e chitarrista americano) inneggiare pubblicamente al possesso di armi da fuoco a go-go.
Non ha senso leggere i commenti o i post di ignoranti figuri che si dichiarano felici per i migranti morti nel Mediterraneo.

Tutto questo non è assurdo, è folle.

Come ho detto all'inizio, tutto ciò è stancante.
Vorrei solo un minimo di competenza e correttezza, almeno prima di aprire bocca o di metter mano alla penna.
È già abbastanza difficile vivere in un mondo fortemente manipolato nell’informazione, ma assistere al degrado senza ritegno dà un senso di smarrimento.

Il beneficio del dubbio non è solo una risorsa quando si legge e si ascolta, ma anche prima di parlare e di scrivere. 


sabato 3 ottobre 2015

LA PAURA CHE CI GOVERNA

Mi è stato detto spesso che ho la antipatica abitudine di elencare solo le malefatte del mondo che ci circonda. Riducendo tutto quello che dico e che scrivo in un’unica parola io risulto: pessimista.
Può essere. Chi sono io per dire che non è così a chi ne è convinto? Del resto, nessuno di noi ha la verità in tasca ed io faccio parte del “noi”.
Un’altra cosa che mi è stata spesso rimproverata è la mancanza di soluzioni proposte a fronte di tante critiche snocciolate.
Anche qui, devo ammettere di non poter dare torto a chi mi ha indicato come non propositivo, posso solo dire che non l’ho voluto fare. E per una ragione assai semplice: le mie soluzioni sono in aperto contrasto con il mondo in cui vivo, con la gente che ci vive e con il sistema che ci governa.
La vera domanda che mi pongo, e lo faccio spesso, è questa: ho veramente torto?
Francamente?
No.

Il mondo in cui siamo immersi è governato essenzialmente da una parola. Da questa si dipanano tanti filamenti che costituiscono la rete che ci attanaglia senza pietà. E quella parola è stata manipolata in modo tale che tutto ciò che viviamo, in ogni momento, possa portare a lei.
La paura.
Possiamo dire che non è così? Che non siamo dominati dalla paura?
Anche chi è incline a dire che non ha paura di niente è in realtà vessato passivamente da questa parola. Questo perché non esiste nessuno di noi in grado di asserire in tutta onestà di non averla mai provata o di non poterla provare almeno una volta nella vita.
La paura non è qualcosa di fisico, non è qualcosa che puoi misurare, ma è qualcosa che puoi (potresti) controllare. Lo puoi fare tu, lo possiamo fare tutti. Purtroppo, lo sanno fare molto bene quelli che giocano con le nostre vite (ai quali abbiamo permesso di farlo, non va dimenticato).
Se possiamo controllarla e contrastarla e sappiamo attraverso tante prove che ne siamo in grado, perché rimaniamo passivi di fronte al disastro che ci avvolge?
Per la paura stessa, anche se sembra un paradosso. La paura di non riuscire e la paura di peggiorare le cose.
Ahimè, questa reazione non è tutta “farina del nostro sacco”, ma ci viene inculcata in modo subdolo ogni giorno.
Cerco di fare chiarezza: non siamo un ammasso di codardi che si nascondono, anzi, presi singolarmente sappiamo essere, in molti casi della nostra vita, dei veri leoni e dei genuini combattenti, ma ciò che ci rende vulnerabili è la mancanza di coesione. Soprattutto, il fallace convincimento di non poter cambiare lo stato delle cose (nel suo insieme).

Quella cortina di fumo che chiamiamo Sistema è retto e governato da menti brillanti che sanno esattamente tutto questo e che muovono le pedine sulla scacchiera del mondo in modo tale da rendere la vita di noi tutti un continuo inseguire il nulla.
Tempo fa scrissi un articolo chiamato “Le marionette” (http://lavocenellombra.blogspot.de/2015/01/le-marionette.html ) in cui spiegavo qual’era il mio punto di vista al riguardo della manipolazione delle menti. Rileggendolo, credo di essere andato vicino al nocciolo della questione, ma trascurando proprio il particolare di cui sto parlando ora.
Generare paura nelle persone non significa metterle di fronte a condizioni catastrofiche da un momento all’altro, ma minare lentamente la loro convinzione di essere in grado di fronteggiare qualsiasi cosa con la sola volontà. Togliendogli la possibilità di credere di poter uscire da qualsiasi situazione senza aiuto alcuno, il Sistema genera una rete implacabile di sfiducia che porta (e questo sì che è paradossale) le persone a credere che si possa cambiare strada e migliorare proprio attraverso il Sistema stesso.

L’esempio della politica è emblematico. L’Italia ristagna da decenni alla mercé di una classe politica inconcludente e ridicola, ma invece di insorgere e cercare di abbatterla per aprire a nuovi orizzonti, la gente si fossilizza sugli stessi stereotipi che l’hanno resa schiava (non credo sia un’esagerazione usare questo termine).
Si cerca la strada del “nuovo partito”, della “nuova coalizione”, quando invece è tutto un rimescolamento di vecchi e triti sistemi di potere. Tutto rimane così com’è e così com’era.
La cosa veramente assurda è che ci sarebbero tutte le cose al loro posto affinché il quadro tornasse ad essere un’opera d’arte, invece dell’obbrobrio che abbiamo di fronte.
L’Italia ha una Costituzione straordinaria e basterebbe attenersi ad essa per iniziare ad avere un briciolo di miglioramento. Abbiamo un sistema di leggi che, se fossero applicate equamente, basterebbe per rendere il paese migliore.
Invece, no.
Il cittadino ristagna nel dubbio, nella lamentela continua, nell’amaro (ed errato) convincimento di non poter far nulla di propria mano per ristabilire un minimo di ordine nel mondo in cui vive.
Perché lo fa?
Perché almeno noi occidentali, non ostaggi di tiranni sanguinari o di forcaiole regole religiose, non esigiamo un cambiamento radicale a qualsiasi costo per noi e per il nostro futuro?

Per la paura che ci spinge a pensare che le cose potrebbero peggiorare.
Per la paura di perdere quel poco o tanto che abbiamo faticosamente conquistato.
Per la paura di ritrovarci senza quelle cose che il Sistema ha reso indispensabili. Quelle cose inutili a cui diamo tanto valore.
Quelle cose, e quei concetti, che ci rendono schiavi. Codardi.

Tra le cause che ci spingono al non intervento c’è anche la dimenticanza di ciò che la Storia ci ha insegnato.
Sono stati abbattuti regimi totalitari, regnanti e governi crudeli e sempre, sempre, c’è stato un prezzo da pagare. Però, si è passati oltre e dopo una o due generazioni si è visto il netto miglioramento rispetto al passato.
Oggi, almeno nel nostro Occidente ridente e patinato, abbiamo perso la volontà di combattere davvero.
Combattere per i nostri diritti. Quelli di tutti.
In qualche modo ci hanno convinti che, dal momento che nel resto del mondo c’è gente che sta esageratamente peggio di noi, allora quel che abbiamo va bene così. Non importa se ci vessano con super tasse, se ci sottopagano il lavoro, se ci spacciano per sano cibo spazzatura, se condizionano anche la nostra salute. Importa che altrove stanno peggio.
Importa che noi non vogliamo diventare come loro.

Paura.
Insicurezza.

Prima avevamo Mamma America che ci faceva dormire sonni tranquilli. Anche la Mamma adesso ha scoperto le carte e non solo non da più sicurezza, ma non è più credibile.
Allora ci rivolgiamo a Mamma Russia, che grazie ad un leader di ferro ci fa credere di poterci salvare.
Non c’è salvezza, ahimè.
Non c’è perché, anche se non vi piace, fa tutto parte di un gioco enorme al cui tavolo non ci siamo mai seduti. Noi, noi popolo, noi gente, abbiamo deciso di essere solo spettatori (paganti) della grande partita.
La cosa che non ci siamo messi in testa e che rifiutiamo di capire è che dieci o venti persone nel mondo reggono il destino delle nostre vite perché noi permettiamo che sia così.
Permettiamo loro di manipolarci con tutto e il contrario di tutto spingendoci a credere di non-potere-fare-nulla.
Ad essere onesti, guardando lo scenario nella sua interezza, sembra assurdo.
Con la paura e con lo zuccherino della presunta libertà di espressione (questo articolo, ad esempio), rimaniamo inattivi e continuiamo a mangiare dalla ciotola che ci pongono.

Ora, possiamo cambiare?
Ad onor del vero, no. Riformulando la domanda:
potremmo cambiare?
Sì.

Sapete su cosa si regge il potere del Sistema? Sul silenzio assenso della gente e sulla produttività.
Se interrompi questi fattori, il Sistema va in stallo.
Quindi, a quelli che di tanto in tanto mi dicono che non propongo soluzioni, dico: vogliamo iniziare a cambiare e farlo in modo potente?
Bene, smettiamo di assentire attraverso il blocco della produttività.
Sì, lo so, vi state sbellicando dalle risate…
Care compagne pecore (questo siamo, poche storie), delle tante e cervellotiche idee su come ribaltare la situazione attuale, quella che ha più senso è togliere al Sistema quello su cui si regge.
Certo, potremmo aspettare le prossime elezioni politiche. E poi? Otterremmo quel che vogliamo? Un mondo migliore?
Non esiste futuro finché il Sistema avrà i piedi ben piantati sulla nostra testa.
La nostra paura di perdere piccoli e insignificanti privilegi annienta la visione di quel che siamo: né liberi, né autonomi.

Pensate a questo scenario: fabbriche ferme, scuole chiuse, negozi con le serrande abbassate. I gestori di supermercati che distribuiscono gratis generi di sussistenza per la Resistenza.
La Resistenza…che parola dal sapore antico…
Immaginate uno Stato bloccato da milioni di cittadini che hanno deciso di dire Basta. Uno Stato solo.
Milioni di cittadini senza bandiere, senza distinzione di ceto, di religione, di niente. Gente, come voi, come me.
Militari che si rifiutano di intervenire, Polizia che fa altrettanto e che pattuglia solo per impedire che gli sciacalli (ci sono sempre) se ne approfittino.
Pensate all’Italia, messa in ginocchio dopo una settimana di blocco.
Le conseguenze? Immani, ovviamente. E qualora l’esercito non rifiutasse di intervenire potrebbe essere guerra civile.
E ora chiediamoci: ne varrebbe la pena?
Varrebbe la pena vincere le nostre paure a fronte di poter dire di aver tolto la faccia dal fango per una volta e averci provato?
Varrebbe la pena convincersi che tutta quella paura non ha senso di esistere e che possiamo e dobbiamo credere che si può cambiare strada, a qualsiasi costo?

Ecco, io credo di sì.
Con tutti i rischi del caso, sì.
Anche voi, che avete figli (io non ne ho), a quale futuro li state esponendo?



Chiudo.
Purtroppo, anche se girassi di casa in casa per tutta l’Italia (parlo del mio paese, ma potete sostituirlo, nel contesto, con qualsiasi altro) per fare proseliti sono sicuro che tanti mi prenderebbero per pazzo.
Sui giornali si leggerebbero articoli su un mentecatto che cerca di aizzare il popolo alla rivolta.
Non sarebbe del tutto sbagliato, ma sarebbe una delle solite esagerazioni dei media.

Io continuerò a dire la mia e a proporre questa mia visione, ma sono anche convinto che la paura che è stata instillata in tutti noi è così profonda da far desistere la maggior parte di voi.
Solo quando le persone comprenderanno appieno che chi ha generato questo Sistema coercitivo sono persone come noi, forse, solo allora, potrà avvenire qualcosa di nuovo.
Forse si alzerà un coro che dirà: NO.


Fino ad allora, rimarremo passivi, vivendo nella paura di perdere quello che abbiamo.
Cioè: niente.


Alla prossima.