giovedì 17 marzo 2016

L'ULTIMO RIFUGIO



“La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci.”
Non è la frase di un noto filosofo. Pur potendolo annoverare anche tra essi per i suoi indubbi contributi, l’autore è uno scrittore americano: Isaac Asimov.
Chi la pronuncia è uno dei personaggi di uno dei più celebri e letti cicli di fantascienza di tutti i tempi, quello di “Fondazione”.
Per la precisione essa appare per la prima volta nel romanzo omonimo, poi rinominato “Prima Fondazione”, che uscì a puntate sulla rivista americana Astounding tra il 1942 e il 1944.
Il “motto di Salvor Hardin” (il personaggio che lo pronuncia per la prima volta) è un ottimo spunto per darci un’occhiata intorno, soprattutto ora che siamo all’apice di una crisi mondiale che riguarda ogni aspetto della vita di chiunque.
E mi riferisco a un quadro generale che è sconfortante.
Migliaia di anni di evoluzione e millenni di Storia non ci hanno insegnato niente. Restii a voler fare un successivo passo in avanti ci siamo fossilizzati in una posizione che, se non fosse tragica, potremmo definire grottesca.
Abbiamo in una mano le meraviglie dell’Universo, gli scenari della scienza e della tecnica, i colori e le parole delle arti; nell’altra stringiamo il pressapochismo, il dominio, la supremazia, il fanatismo, la divisione.
Una continua e ripetitiva violenza ci muove in ogni cosa che facciamo, che diciamo, che pensiamo, come se non ci fosse altro nella nostra esistenza se non sottomettere e cancellare. Persino la definizione che diamo delle genti del mondo è violenta: le razze.
Il termine razza è quasi scomparso persino dalla terminologia scientifica, basti pensare all’antropologia biologica e alla genetica umana, ma noi ancora parliamo di razza bianca, razza nera, razza orientale e via discorrendo.
Noi facciamo parte della Specie Umana, punto.
E questo particolare ci fornisce l’esempio lampante del contrasto che viviamo. La scienza evolve, ma noi no.
Curioso… Perché?
Una spiegazione ampia richiederebbe un’analisi così profonda che non basterebbe un libro per contenerla, ma se volessimo ridurre e sintetizzare potremmo dire che: non vogliamo.
A molti piacerebbe, certo, e tra questi ce ne sono che fanno campagne di sensibilizzazione e pacifiche lotte per aprire le menti dei recalcitranti, ma il problema è che questi ultimi sono tantissimi e poco inclini a voler vedere al di là del loro naso.
Le convinzioni, i preconcetti sono duri da abbattere e i pensieri stantii basati sui fasulli presupposti di superiorità e di inferiorità resistono.La mancanza di una diffusa ed ampia cultura del diverso come “ciò da cui apprendere” invece che come problema è un aspetto fondamentale, così come lo è il concetto di possesso. Avere per essere. Sono tutti aspetti centrali di quella che chiamiamo Società Moderna.
Ogni persona di questo pianeta ha dei sogni e delle speranze. Ovviamente questi cambiano a seconda del luogo che prendiamo in esame. Questo perché la Società Moderna è rimasta quella che era un secolo fa e mille anni fa. Di moderno c’è solamente il picco tecnologico che ha portato vita più longeva, maggiori automazioni, comodità e comfort in tutto il mondo occidentale. Ma in ogni altra parte del globo sono arrivate solo le armi. E laddove sembra che non sia così (perché gli smartphone li troviamo anche in zone disagiate e affamate) tutto fa parte di un astuto disegno molto simile a quello che fecero i coloni arrivati nel Nuovo Mondo. Whisky e fucili ai nativi e alla fine sterminio.
Noi, comodamente seduti nelle nostre case, abbiamo sogni e speranze relativi al lavoro, alla carriera, alla macchina nuova, all’acquisto di una casa, alle vacanze. Viviamo all’interno di una sorta di consapevole ignoranza. Guardiamo il portafoglio e chiediamoci: è tutto racchiuso lì dentro quello che desideriamo? È tutto lì quello che siamo?È assai deludente e mortificante constatare che è proprio così, che lo accettiamo quasi passivamente, perché anche altre cose come la salute e il sostentamento passano da lì dentro.
Di questa unità di misura abbiamo fatto un dogma. Il Denaro è la colonna portante della nostra civiltà e per il denaro (e il conseguente potere che deriva dal possederlo) abbiamo dimostrato che siamo disposti a tutto. Anche allo schiavismo di intere popolazioni.Consapevolmente o meno, non è forse violenza questa?
Possiamo dire che le parole che Asimov fa pronunciare a Salvor Hardin sono quanto di più chiaro serva per illustrare la società umana?
Noi siamo degli Incapaci.
Io non sono nessuno, se non uno di voi, e mi macchio di questa violenza ogni maledetto giorno. Non è un caso se ho scritto “Noi siamo degli Incapaci”, perché lo siamo tutti.
Anche quelli che si impegnano, anche quelli che si battono, anche quelli che lottano  e non vogliono esserlo.
Purtroppo, se volessimo stilare una classifica comprendente chi si impegna di più e chi meno faremmo solamente un altro dei giochi che servono il Sistema in cui siamo inseriti.
Ma allora, ci chiediamo, cosa possiamo fare?
Beh, ritengo che una differenza tra un incapace attivo e uno passivo, ci sia. Se così non fosse, non avremmo speranza.
È da qui che a mio modesto avviso possono partire i cambiamenti.Come Incapaci Attivi possiamo diffondere messaggi diversi da quelli che ci soffocano ogni giorno; produrre una positiva visione di un futuro alternativo attraverso idee e ideali scevri da confini, da gabbie, da incasellamenti, da bandiere e da dogmi. Il libero pensatore non deve essere un soggetto che si crede esclusivo, altrimenti diventa egli stesso un Passivo.
Questa violenza di cui siamo personalmente responsabili con i gesti e le parole che il Sistema ci obbliga ad adoperare può essere arginata, limitata e infine sconfitta.Certo…noi non vedremo i frutti di questa lotta, perché si tratta di un cammino lunghissimo e impervio, ma non credete che sia fondamentale sapere che può esserci un futuro diverso e migliore per chi verrà dopo (di noi)?
Abbiamo il dovere morale di non arretrare di fronte alla paura di non riuscire, di fronte al timore di venire additati come matti. Attraverso la profonda ricchezza delle diversità si può creare un amalgama coeso, ben diverso da quello che è il mondo diviso e umanamente arretrato in cui viviamo.
Le diversità sono importanti per creare confronti, per arricchire la mente e lo spirito, per superare gli ostacoli che uniformità e assolutismo ci pongono in ogni istante.
Il Denaro, come forma Principe della divisione e del classismo, lo abbiamo accettato perché ci è stato imposto, ma possiamo demolire il suo potere e tutto ciò che lo alimenta con la volontà di cambiare.
Ci sono tanti luoghi nel mondo dove possiamo incontrare persone che non ti chiedono soldi, ma aiuto. Un po’ di cibo, di acqua, una cura per qualche malattia. Sono le stesse persone che possono ripagare qualsiasi tuo gesto amichevole e disinteressato con una ospitalità e una gentilezza che noi, nel nostro mondo “superiore”, abbiamo quasi dimenticato.
Evolverci in qualcosa di migliore non è possibile e dobbiamo prendere spunto dalla Storia, per imparare a smettere di essere ciò che siamo stati fino ad ora.
Lo sforzo che dobbiamo compiere è quello di oltrepassare quella cortina di fumo che ci viene spacciata come Verità e Realtà ogni giorno, e se ciò appare difficile lo dobbiamo al Sistema.
Però, non va dimenticato che esso non si è creato da solo, ma è stato originato da menti umane, persone come noi che hanno basato tutto sulla divisione e sul profitto. Su dogmi e denaro.
Se la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci, possiamo noi smettere di rifugiarci in quanto tali e mettere la testa fuori dal cunicolo in cui ci siamo nascosti? Possiamo passare da Incapaci Passivi e Attivi a una forma di vita più evoluta che la smetta di vedere nella diversità un mostro, nel denaro un dio e nel possedere una gratificazione?
Come ho detto, si tratta di un cammino arduo e difficile, oltre che di lunga durata. Ma non impossibile. Per quanto mi riguarda, sono convinto che l’impossibile richieda solo un po’ più di tempo.
Credo che sarebbe ingiustificabile non porsi nemmeno l’idea di rifletterci sopra.
Da par mio, in mia memoria gradirei si dicesse:
tentò con ogni mezzo di abbandonare l’ultimo rifugio.
E smise di essere un Incapace.

martedì 1 marzo 2016

SULL'AMICIZIA


Non ci sono mai solo ragioni semplici che legano le persone. I legami umani sono complessi, spesso contradditori. Ciò che importa davvero, affinché i rapporti possano funzionare, è la coerenza e la lealtà. Quando ci sono questi presupposti, che sono all’interno della sfera del rispetto, allora può nascere un’Amicizia. Questo sentimento è sicuramente il più delicato tra quelli che possiamo provare. Se vi sembra che ciò sia ingiusto nei confronti dell’amore, allora non considerate l’aspetto particolare che li differenzia: l’amicizia è una forma d’amore, l’amore non è una forma di amicizia. Essere Amici significa portare il fardello dell’altro con la stessa disinvoltura con cui si porta il proprio. Significa condividere notti intere di gioie e dolori senza il sublime passaggio del sesso, ma naturalmente senza pagarne il conto assai salato che ne deriva. L’Amicizia è un concentrato di fiducia così elevato che diventa essenzialmente vincolante. Se accetti di farne parte devi assumerti la responsabilità che grava sulla delicatezza dei rapporti umani più stretti, non puoi pensare di essere Amico in modo farfallone o distratto. Non ti è concesso. L’Amicizia ha degli oneri altissimi, sì, ma ti ripaga con degli onori che nessun altro sentimento può donarti. No, nemmeno l’amore.
Quando due persone sono Amiche il sentimento che le lega è (deve esserlo) inossidabile. Non sente il passaggio del tempo, la distanza non importa, le sirene negative e le invidie non lo toccano. Due persone Amiche sono un baluardo invulnerabile di onestà, fiducia, forza, coraggio, fratellanza, condivisione di tutto, nel bene e nel male. Infatti, non è un caso che di questo sentimento si abusi di continuo. Perché le persone faticano a calarsi in un simile concentrato di forze. È troppo impegnativo. La conseguenza è che i Veri Amici, nel mondo, sono relativamente pochi. Due Amici stipulano tacitamente una sorta di invisibile contratto: si impegnano a essere sempre presenti  nella vita dell’altro, e anche quando fisicamente ciò non è possibile lo saranno con la mente e con lo spirito; mettono nelle mani l’uno dell’altro le proprie debolezze e i propri difetti, più importanti dei pregi e delle caratteristiche vincenti, perché la condivisione deve avere come base la fiducia; si abbandonano alla sicurezza che non si tradiranno; accettano senza condizioni che ci sia una franchezza totale e completa, perché proprio sulla base della più limpida (e a volte spietata) condivisione della verità si costruiscono rapporti che il tempo non può scalfire. Lo so, sembra troppo. Troppo e troppo “intimo”. Eppure è questo “troppo” che rende l’Amicizia un sentimento tanto bello, potente, denso.
Tante volte chiamiamo amici persone che sono molto più o poco più che conoscenti e da essi ci aspettiamo parecchio. È sbagliato, ma è una sottigliezza di definizione che ormai dobbiamo accettare. Diciamo amici, ma manca quella lettera maiuscola che li identifica come parte integrante e insostituibile della nostra vita. Non è peccato, non vuole sminuire o accrescere, ma è importante tenerne conto. Potranno avere la maiuscola un giorno? Dipende da noi e anche da loro.
E ancora…
Una delle spettacolari caratteristiche di questo sentimento è proprio la sua capacità di resistere alle intemperie dello scorrere del tempo e della distanza. L’ho già menzionata, ma questa speciale particolarità ha bisogno di essere spiegata. Non importa quanto tempo intercorra tra una visita, o una comunicazione, e l’altra, perché in qualche modo gli Amici sanno, e sentono, che la presenza spirituale “dell’altro” c’è. È lì con loro. Due innamorati hanno bisogno della loro assoluta presenza fisica e quando si frappone una distanza essi soffrono, perché la necessità del contatto è esasperante. Certo, ci sono eccezioni, ma proprio per questo non possono fare la differenza. Due Amici possono arrivare a non sentirsi per mesi, a non vedersi per anni, ma quello che li aveva legati indissolubilmente nel passato rimane saldo e inattaccabile come se fossero uno di fronte all’altro. Nella memoria di entrambi naviga tranquillo non il ricordo, ma la presenza: ognuno sa che l’Amico è dentro di sé, che cammina e parla attraverso le azioni del quotidiano.
La straordinarietà di questo sentimento si nota anche in un’altra peculiarità: succede, di tanto in tanto, che due persone si incontrino e, per puro caso, scoprano di essere spiriti affini. Quello che in Amore è chiamato colpo di fulmine.
In Amicizia questa folgore colpisce, ma assai raramente finisce. È strano, lo so, eppure è così che succede. Due tizi si incontrano, si parlano, ridono, scherzano, entrano in conversazioni più personali e scoprono in brevissimo tempo che sono congeniali l’uno all’altro, arrivando a chiedersi “Ma dove sei stato finora?”
Mio padre, che dell’Amicizia fu un innamorato, definì questo accadimento così: “Due individui, sconosciuti fino a poco prima, si incontrano e scoprono di essere consequenziali l’uno all’altro. Non c’è una ragione precisa, ma il semplice tocco spirituale dell’affinità che filtra attraverso le loro prime parole e i loro sguardi."
È indubbiamente una visione assai romantica e il motivo che mi spinge a crederci è sicuramente l’essere stato cresciuto da lui. Però, ho avuto modo di sperimentarlo in prima persona e ho compreso che la sua estrema sensibilità lo aveva indotto a “sentire” che ciò aveva un senso.
L’Amicizia è un sentimento nobile. È qualcosa che travalica l’ossessivo desiderio del possesso tipico dell’amore, eppure è al contempo una forma di amore di qualità elevatissima, così tanto che gli Amici sono disposti a tutto pur di essersi d’aiuto, di condividersi, di esserci. Non è importante il “quanto”, in Amicizia, ma il semplice farlo e spesso il semplice dirlo.
Personalmente posso dire di avere degli Amici. Ho patito tanto nella mia vita prima di comprendere che non avevo bisogno di essere circondato, nel cuore, da tanta gente, ma che era necessario che chi c’era fosse “per sempre”. Bisogna ricordare, ancora una volta, che l’Amico non ti giudicherà mai, ma potrà essere spietato. È il suo ruolo e lo si deve rispettare in virtù di quell’amore incondizionato che egli ha donato a te (e che tu hai donato a lui).
E l’Amico sa, lo sa sempre, che anche attraverso il silenzio lo stai portando nel cuore. A spasso con te. E non preoccupatevi di come siete, di che carattere pessimo potete avere, di quali basse azioni siete capaci o di quali siano le vostre mire, l’Amico vi conosce e sarà pronto ad abbracciarvi e perdonarvi, ma solo se sarete onesti, leali e franchi.
L’Amicizia può tutto.
Ma ricordate: due innamorati possono lasciarsi e tornare insieme.
Due Amici, una volta rotto il patto, non potranno mai più. Il tradimento non è contemplato.
Se avete Amici, come ne ho io, accarezzateli nel cuore, dove il loro posto è caldo e al sicuro. È tra le gioie più belle che la Vita ci ha donato.
Ai miei Amici:
Michele P., Nadia V., GiuseppeL.,  VittorioV.,  Sergio T., Giovanni L., Laura N., Sergio R., Franco R., Doris F., Tuncay D., Roberto I.
E a Morena. Che mi ha insegnato come l’Amore e l’Amicizia possano fondersi e camminare insieme.

mercoledì 24 febbraio 2016

COMPRENDERE E VIVERE



Sono tanti quelli che dicono che dobbiamo cercare di essere più ottimisti, più rilassati, più propositivi.
Esprimono un desidero di allontanamento dal disagio che ci viene offerto giornalmente, ma io mi chiedo: ha senso? E se ne ha, che conseguenze positive dovrebbe avere?  

Non riesco a vedere in questa pratica una strada per un mondo migliore, anzi, mi dà l’impressione che sia solo un volersi allontanare  per non vedere.  

Siamo assuefatti dalla realtà che ci circonda a tal punto che sembra non farci effetto più niente.
Invece di affrontarla, la subiamo passivamente e tendiamo a dimenticarne l’influenza costante –secondo per secondo- che ha sulle nostre vite.

Quando parlo di realtà non indico il mondo intero, per quello serve una visione più ampia, ma di quella che ci tocca da vicino.
La stessa che, tra un caffè al bar e la lettura di un quotidiano, ci fa arrabbiare, indignare, insorgere (dentro), ma che accantoniamo subito dopo davanti all’altare sacro del “cosa posso fare io?”.  

Le belle parole in stile new age mal si adattano a una situazione che sta stritolando l’individuo dentro un meccanismo schiavista.
Mal si adattano perché non sono pratiche, non sono utili –nella loro forma teorica- a portare un reale cambiamento dentro a una società che predilige e consolida uno status quo ad ogni istante, con ogni movimento, sempre.

La massa di persone e la loro individuale percezione del giusto sono ormai diventati così prevedibili che chi gestisce il Sistema non ha difficoltà a tenerli bloccati.

Come ho detto tante volte, prendendomi anche una caterva di insulti, siamo ancora troppo benestanti. Stiamo bene. Ma stiamo bene nello stesso modo in cui sta bene la rana nel famoso esempio della pentola:
se butti la rana in una pentola di acqua bollente, lei cercherà di saltare via (pur non riuscendoci) e morirà in pochi secondi;
ma se metti la rana in una pentola di acqua fredda, da buon anfibio lei si metterà a nuotare tranquilla, senza accorgersi che il fuoco acceso sotto la pentola la lesserà lentamente.
E morirà comunque.
Ciò che continua a non esserci chiaro, e che non vogliamo comprendere nella sua spaventosa essenza, è che siamo all’interno di una trappola. Tutti quanti.

Il sistema economico che abbiamo accettato passivamente si sta solidificando attorno a noi (l’acqua che si scalda), ma non ne cogliamo il pericolo mortale (finire lessati).                  

A differenza di altri momenti storici, ma senza andare troppo indietro nel tempo, ci siamo adagiati su un Sistema chiaramente oppressivo che però ha usato il lenitivo dell’intrattenimento per sedare le nostre reazioni.
E mentre continua a toglierci certezze, diritti, possibilità, noi scriviamo le nostre profonde indignazioni sul web (lo sto facendo anch’io, in questo momento), ma non ci muoviamo dalla nostra posizione.
Non lo facciamo perché siamo terrorizzati dall’idea di perdere quel poco (o molto) che abbiamo faticosamente conquistato.
Quello che è “nostro”.
Ed è il concetto di possesso, assieme all’intrattenimento, sui quali si basa la morsa psicologica che ci impedisce di reagire.

Cos’abbiamo realmente di “nostro”?
La casa? L’automobile? Il televisore da 40 pollici? L’orologio pregiato? Gioielli? Un conto in banca?

Queste cose sono oggetti. A parte poche centinaia di persone realmente ricche (di contanti) questi oggetti li abbiamo comprati con denaro che, se non è stato guadagnato, abbiamo chiesto in prestito a una banca.
Eppure, la casa ha una tassa che va pagata. La macchina ha una tassa che va pagata. Persino il televisore ha una tassa. E se le tasse non vengono pagate, se il mutuo o il prestito non viene onorato (possono succedere tante cose, come la perdita del lavoro) questi oggetti vengono portati via dallo Stato per pagare i debiti.

Gli altri oggetti non soggetti a tassazione, ma preziosi, serviranno al medesimo scopo. Pagare. Quindi, realmente, cosa abbiamo di “nostro”? A parte qualche oggetto di poco valore economico, ma di valore affettivo, l’unica cosa che abbiamo e che possiamo a gran voce dichiarare “nostra” è la vita. La nostra vita.
Ed è qui che entriamo in confusione.

Sul concetto semplice di vita noi andiamo in corto circuito.
Non capiamo.
Dal momento della nostra nascita veniamo cresciuti nella convinzione di dover imparare una serie di cose attraverso un ciclo di studi (percorso scolastico) che servirà a introdurci nel migliore dei modi nel mondo del lavoro.

Non si tratta di scegliere se farlo o no, ma solo di come. Per un certo periodo avremo l’obbligo di frequenza e successivamente potremo continuare o interrompere.
Il fine ultimo, comunque, non è imparare e basta, ma “imparare per lavorare”.
Imparare e basta potrà essere una nostra scelta nella misura in cui saremo stati affiancati da genitori e/o insegnanti portati a farci apprezzare il semplice concetto di “sapere”.
Di solito questo avviene dopo il ciclo di studi, difficilmente si presenta durante.

Bene, quindi noi cresciamo, a tutti gli effetti, per diventare lavoratori. I  lavoratori sono “soggetti produttivi” e non hanno nessun’altra funzione.

Il lavoro retribuito serve a mettere a nostra disposizione una certa quantità di denaro con il quale possiamo avviare la catena dei consumi che il Sistema richiede per sostenere sé stesso.

Lo so, messa giù così è abbastanza brutale, ma non c’è scappatoia. È così e basta.

In qualità di soggetti produttivi noi permettiamo che la macchina economica non si fermi e grazie alla retribuzione immettiamo denaro all’interno della stessa macchina, in un circolo vizioso. Certo, voi direte che è ovvio e che il sistema capitalistico funziona così. Non proprio: tutti i sistemi funzionano così. Tutti i sistemi basati sul denaro come unità di misura di ogni tipo di servizio.
Ora vorrei soffermarmi sulle parole con cui sono partito all’inizio dell’articolo. Ottimismo, rilassamento, propositività.

Perché dovremmo abbracciare queste parole per vivere meglio? È vero che atteggiamenti di questo tipo ci aiuterebbero nell’affrontare la vita di tutti i giorni?      

In parte, sì. Solo in parte.

È chiaro che se riusciamo a vedere “il bicchiere mezzo pieno” in ogni situazione possiamo andare incontro a un “vivere migliore”, ma è anche vero che questo sarebbe soltanto un palliativo.

Non cambia ciò che viviamo, non muta il Sistema in cui siamo inseriti, non risolve i problemi. Ritengo, invece, che una presa di coscienza profonda di ciò che è il meccanismo sia essenziale per poter iniziare una forma di reazione.

Capire, comprendere e espellere le scorie di questo Sistema si può fare. La coercizione presente nelle nostre vite (lavoro-denaro-acquisto) è talmente radicata che anche quando ci abbandoniamo a simili pratiche di distaccamento (ottimismo, relax e propositività) rimaniamo comunque incastrati tra gli ingranaggi, con la sola differenza che “pensiamo” di poterne uscire. Di poterci distogliere. Non è così.
Ho scritto: capire, comprendere e espellere le scorie di questo Sistema si può fare. Non è una bufaletta da quattro soldi.

Solo attraverso la reale comprensione di come funziona il Sistema (e l’individuazione dei suoi artefici) possiamo iniziare a uscire da un complesso meccanismo mentale che ha radici profonde, lontane.

Sin dalla nascita veniamo portati a un certo tipo di “pensiero-azione”, convinti di aver bisogno di cose che invece non servono.

Quello di cui abbiamo bisogno, realmente, è vivere.
Vivere liberi dalle catene mentali (e fisiche) con cui siamo cresciuti.
Come esseri viventi abbiamo il diritto di vivere.
Come esseri intelligenti abbiamo il dovere di smettere di sopravvivere.  
Tutti.

lunedì 22 febbraio 2016

RIVOLUZIONI




Come aggiustiamo un paese che non vuole essere aggiustato? Come possiamo rimediare a una situazione che è palesemente degenerata?
Forse non è possibile. O almeno, non lo è finché continuiamo a voler tenere la testa sotto la sabbia.  

Ho scritto: un paese che non vuole essere aggiustato. Ed è vero. 
Ciò, però, non deve indurre al pensiero che sia la classe politica (chi legifera) il problema, perché essa è l’effetto prodotto dal nostro continuo silenzio-assenso. 

Noi abbiamo accettato: un certo numero di promesse; un certo numero di idee; abbiamo chiuso gli occhi di fronte a lapalissiane storture; “perdonato” una serie infinita di deviazioni dal concetto principale, quello di far crescere il nostro paese. 
In una parola: compromessi. 

È fondamentale comprendere che la prima responsabilità di quello che accade è nostra, perché senza questa consapevolezza continueremo ad aspettare l’arrivo di un salvatore che ci traini fuori dal fango in cui stiamo agonizzando. E ciò non avverrà mai.
Allora, come ribaltiamo la situazione? 


Beppe Grillo, quando ancora faceva il comico satirico, disse una cosa che non abbiamo compreso: la politica è al servizio dello Stato e dei cittadini, non il contrario.
Tenuto in debito conto questo concetto risulta semplice dedurre che non si può prendere per buone le parole della classe politica (tutta) quando afferma che “bisogna fare sforzi per risollevare il paese”, perché questi sforzi sono chiesti ai cittadini dello stato escludendo quelli che dovrebbero rispondere per primi a questa chiamata (la classe politica, appunto). 


L’esempio di un’azienda risulta chiarificatore: 
un'azienda è un organo che a seguito di prestazioni (qualsiasi esse siano) riceve dei compensi.
Su questi compensi gravano una serie di imposte e detrazioni fisse (stipendi dei lavoratori dell’azienda e altro) e una volta esaurite tutte le spese ciò che rimane è l’utile dell’azienda. Il guadagno.
Se però l’azienda, nella figura dei suoi dirigenti e dei lavoratori, opera male e perde compensi, ne consegue che si deve cercare la responsabilità e quindi si deve individuare colui (o coloro) che è responsabile del cattivo andamento dell’azienda stessa.
Normalmente questo comporta un licenziamento per i dirigenti e/o i lavoratori indicati come cause della perdita. 

Ora che abbiamo fatto questo piccolo e banale esempio, pensiamo all’Italia come a una azienda e arriviamo al sospirato nocciolo della questione: se l’Italia va male perché è amministrata da anni in modo inefficace e improduttivo, perché a farne le spese devono essere i cittadini che non legiferano?
Perché dovremmo essere noi a pagare per il cattivo funzionamento dello Stato quando non abbiamo voce in capitolo sulle leggi che vengono promulgate? Appunto.
E infatti qui si torna a bomba all’inizio: l’unica arma a nostra disposizione, finora, è stata la votazione. Le elezioni. Straordinario! 

Ma è vero che è l’unica arma? Ed è vero che l’abbiamo usata bene? 


Fino a oggi per poter cambiare le cose (guida politica) abbiamo avuto le elezioni come sistema per far sentire la nostra voce. In realtà ciò che non ci è mai stato chiaro, nemmeno ora ed è evidente, è che l’èlite seduta in Parlamento è stata sempre quella e, soprattutto, che sembra esserci un virus che contagia i nuovi arrivati; prima di andare a sedersi sugli scranni sembrano battaglieri alfieri dei cittadini e dopo si trasformano in avvoltoi.

Certo, si può obiettare che non si può applicare questa frase a tutti gli eletti, ma dal momento che la maggior parte si comporta in questo modo è lecito desumere che: 
a) parecchi prima erano dei falsi onesti;
b) alcuni sono rimasti onesti ma vengono relegati a comparse o tartassati personalmente per “non nuocere al Sistema”.


Purtroppo, le prove a sostegno di un Parlamento viziato da meri interessi personali sono così tante che anche gli onesti parlamentari (pare che ce ne siano...) finiscono nel tritacarne del “sono tutti uguali” e non si può giudicare male il pensiero del cittadino se egli è portato a una simile considerazione. 

Bene. È necessario, quindi, un cambiamento radicale.
Possiamo esercitarlo con il voto? La risposta è no e il motivo è paradossale. 

Nello sconfortante panorama politico le alternative di voto non sono molte.
Quando siamo alle urne noi tendiamo a fare considerazioni di questo tipo (userò i colori per distinguere): 
a) i bianchi sono stati al potere tanto tempo e non hanno cambiato nulla; 
b) i rossi sono stati poco al potere, ma non hanno cambiato quasi niente; 
c) i verdi non ci sono mai stati (al potere) e se si dimostrassero inadeguati farebbero più danno, quindi voterò o i bianchi o i rossi; 
d) non voto nessuno; 
e) (estremo) non vado a votare. 

Questi sono i cinque “casi-tipo” dell’elettore medio. E come risulta chiaro, non se ne esce, perché l’unica cosa abbastanza ragionevole sarebbe di permettere ai verdi di poter dar prova della loro capacità di governare.
Anche perché, qualora non fossero in grado, le opposizioni li farebbero a pezzi facendo cadere il governo e riportando il paese a nuove elezioni.

In ognuno di questi scenari il potere dei cittadini è legato a un voto, a una scheda e alle urne. Troppo poco per un paese completamente in mano alla corruzione in ogni ufficio, in ogni angolo e interstizio del mondo politico/parlamentare.

Quindi, abbiamo usato l’arma delle elezioni come potevamo e al meglio delle nostre (limitate) capacità di giudizio, supponendo che presto o tardi la legalità avrebbe vinto. Un’utopia. 


L’altra arma che abbiamo in mano per tentare di portare coloro che governano a più miti consigli è colpire dove risulta più difficile fermarci. La produzione e il lavoro. 

Ciò che noi chiamiamo “tasse” è un ingarbugliato sistema che raccoglie, in modo forzoso, del denaro dalle tasche di ogni cittadino (e di ogni azienda) e lo devolve alle casse dello Stato. 

Quel che viene fatto con queste tasse è un agglomerato spaventoso di cose, tra le quali ci sono anche gli stipendi dei “nostri amici parlamentari”.
È chiaro che bloccare la produzione significa, prima di tutto, danneggiare delle aziende, soprattutto quelle grandi. È un ostacolo che non è possibile aggirare e temere di essere “cattivi” agendo in questo modo è esattamente quello che vogliono farci credere. 

È dalla produzione (in tutte le sue sfaccettature) che passa la gran parte delle risorse monetarie che finiscono nelle casse statali con le tasse e bloccando questo flusso si manderebbe in stallo il Sistema, immaginandolo come un immenso groviglio di ingranaggi. 

Per comprendere come potrebbe funzionare immaginate che per 72 ore le produzioni industriali, i servizi, le microimprese, si fermino.
Immaginate che altrettanto facciano i fruitori (gli utenti) di tutta una serie di servizi (pubblici e privati). Cioè, qualche milione di lavoratori che rimangono a casa senza preavviso. 
Dai manager ai tecnici specializzati, dagli operai ai commessi. E che gli avventori non si rechino ai soliti acquisti quotidiani per lo stesso tempo, 72 ore. Tutto fermo.


Quando si dice che il tempo è denaro…
Provate a pensare al danno che si verrebbe a creare, in termini economici, per un simile stallo di soli tre (3) giorni. Produzione ferma, economia ferma. Uno sciopero ad ampio raggio su tutto il territorio nazionale.
La perdita sarebbe spaventosa e probabilmente risulta di difficile previsione. 


E qui sorge una domanda: come reagirebbe un governo di fronte a una nazione ferma? Una nazione che si rifiuta di obbedire semplicemente ponendo a terra i suoi strumenti di lavoro e lasciando nel portafoglio anche i soldi della spesa?
Come potrebbe un governo rispondere a una simile situazione? Difficile prevederlo. 

Probabilmente le prime reazioni politiche sarebbero quelle di sciacallaggio informativo. Cavalcare l’onda del dissenso popolare per accusare il governo attualmente in carica di non essere adeguato, di non aver previsto l’accaduto, di non aver risposto “alla pancia dei cittadini”; in buona sostanza, quello che accade ogni volta che una parte dell’elettorato manifesta qualcosa. 

Questo tipo di sciacallaggio, tra l’altro e incredibilmente, si alzerebbe anche dagli alleati del governo in carica. E anche questo è un particolare che ci è sfuggito a più riprese: non importa quando e non importa come, ma è importante sempre tentare di salvarsi il culo accusando altri.

In un Sistema Politico come quello italiano, dove la meritocrazia è andata a ramengo molto prima del crollo della fantomatica Prima Repubblica, mettere in scacco il portafoglio “delle poltrone” è di sicuro il miglior modo per creare un terremoto.
Grazie a internet, più che mai utile per questo tipo di azioni, si verrebbe a creare un effetto domino informativo che scatenerebbe il panico assoluto anche sui mercati finanziari, che vedrebbero le Borse saltare per aria mandando Milano (il centro della Borsa italiana) col culo per terra. 


Domanda: e dopo?
Ecco, più di “come facciamo per realizzare una sventola del genere” dovremmo chiederci cosa fare dopo, quando la sventola è arrivata. 
Ci sarebbe bisogno di un Leader? O di un Portavoce? 

Sicuramente non sarebbe male averne uno capace di colloquiare, ma potrebbe non essere indispensabile. Non subito. In Italia gente onesta ce n’è, anche nel panorama politico, e qualcuno in grado di prendere le redini di un palazzo allo sfascio si farebbe avanti. 
Sarebbe quello giusto? Non possiamo saperlo, ma sicuramente in una situazione del genere non potrebbe fare più danni di quelli già presenti.

Il punto sul Leader è molto spinoso. Come ho detto, abbiamo dei politici onesti nel marasma di gentaglia che siede in Parlamento, ma ce ne sono anche fuori dal Palazzo.
A mio avviso sarebbe auspicabile una voce fuori dal coro, esterna alle dinamiche parlamentari e inizialmente di difficile “avvicinamento” da parte delle lobby politiche ultra-corrotte.

Bene. 

Ora vi ho chiarito sommariamente il “cosa” e anche una parte del “dopo”. 
Quello che rimane da capire, posto che tutto questo discorso possa avere un senso per qualcuno oltre che per me, è “come” arrivare a realizzarlo. 

Se ne scrivo e ne parlo è perché, a mio modesto avviso, ci sarebbero i presupposti sociali per avviare una simile “macchina da guerra”. 
Ma i presupposti legati al disagio sociale che si vive in Italia non sono sufficienti, perché il grande punto interrogativo è strettamente legato alla volontà del popolo (tutto il popolo) di essere, per la prima volta dal secondo dopoguerra, veramente protagonista di una rivoluzione. 
E qui entriamo nel campo delicato delle visioni che ognuno ha del futuro e di ciò che pensa che il futuro debba riservargli. 


Oggi, con la situazione attuale e i rapporti politici interni ed esterni (quelli con la UE e gli alleati di altri continenti), l’Italia non offre ai suoi cittadini nessuna garanzia di crescita economica, sociale, professionale.
Non è il parere di uno scontento disilluso, ma un dato di fatto che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. Non esiste un solo campo in cui l’Italia non possa dire di essere migliore di altri paesi, perché abbiamo le risorse, le menti, la preparazione per pretenderlo. 

Ciò che blocca e incatrama l’Italia in una posizione assurda di sottomissione e sottosviluppo è la gestione dello Stato, e la gestione è in mano agli organi politici che hanno, di fatto, dimostrato di essere inadeguati, non attendibili e indifendibili sotto ogni punto di vista e in ogni situazione (almeno considerando gli ultimi trent’anni). Non esiste nessun partito, prima e adesso, che non sia passato per accuse di corruzione, concussione, rapporti mafiosi e che non sia stato indagato, almeno una volta, nella figura di uno o più dei suoi rappresentanti. 


Se volessimo dire che il Movimento5Stelle è fuori da questa lista nera, altrettanto non possiamo fare per la serietà che una parte dei loro rappresentanti ha chiaramente dimostrato di non avere, dal momento che anche il M5S ha avuto la sua parte di parlamentari passati ad altre forze politiche con quello che chiamiamo “walzer delle poltrone”. Una pratica assai poco edificante per chi si spacciava come “alternativa alla vecchia politica”.


Il “come fare”, allora, diventa quasi di seconda importanza.
Eppure, è vitale riuscire a capirlo. Tutto sommato è abbastanza semplice verificare se esiste anche un solo presupposto valido per ognuno di noi. Basta chiederci se siamo disposti a non avere nessun tipo di futuro. Perché di questo si tratta. La partita sul futuro che ci aspetta passa dalla nostra volontà di averne uno, di futuro. 

Non si deve pensare alla difficoltà che comporterebbe un “interregno” di scosse sociali dovute al blocco delle produzioni, ma a ciò che potremmo costruire durante quel periodo per avere un domani da giocarci con le nostre mani. 


Ed eccoci di nuovo tornati all’inizio. 
Ha senso sperare che giunga una fantomatica salvezza dall’attuale panorama politico? No.
Ha senso pensare che qualcosa possa cambiare quando è acclarato che non esiste prova tangibile che i governi presenti e passati abbiano fatto (o facciano) veri passi avanti per il bene reale del paese? No. 
Ha senso tenere in considerazione le parole dei leader politici quando ogni giorno abbiamo conferma della loro inaffidabilità? No. 
Ha senso pensare che i governanti tengano al bene del paese quando chiedono ai cittadini sacrifici che loro stessi non sono disposti a fare (e di fatto non fanno)? No.
Ha senso confidare su ideali fasulli spacciati come veri quando alla base della loro permanenza in Parlamento i politici hanno solamente il denaro e le agevolazioni che questo status comporta? No.


Se ne deduce che, dal momento che la politica serve a legiferare per il bene del paese, questa classe politica, nella sua interezza, ha completamente fallito e deve essere esautorata.
Non ci sono alternative.
Esattamente come nel caso dell’azienda che va male, così l’Italia deve licenziare coloro che l’hanno male amministrata e che non hanno, mai e in nessun modo, veramente tentato di risollevarla. Prove alla mano, senza paura e senza rimpianti.
Hanno fallito e vanno rimpiazzati. 


Da chi? In giro brave persone che hanno studiato e che sarebbero in grado di provare a gestire il paese ce ne sono. E, sì, dovrebbero essere cambiate un po’ di regole, per essere sicuri di non ricadere nei medesimi errori. 

Lo so, state pensando che è utopia anche questa e forse non avete tutti i torti, ma personalmente credo che l’idea del blocco delle produzioni (e dei consumi) per 72 ore sarebbe una prova accettabile e forse non così difficile da attuare, grazie al tam tam di internet.
Tanto per tastare il polso ai papaveri seduti nelle “stanze del potere”. 

Ci hanno preso a calci nel culo finora, siamo sicuri che l’ultimo modello di Iphone e la movida del sabato sera non siano sacrificabili per tentare di avere un futuro? 

Potremmo dimostrare che questo paese vuole essere cambiato e può cambiare. Che non ci fa paura niente, nemmeno le mafie, nemmeno le minacce, nulla. 
Che vogliamo per noi, e per chi verrà dopo di noi, un futuro da costruire. 


 Le Rivoluzioni nascono così. 
 E le Rivoluzioni si possono vincere se siamo disposti a combattere. 
Sempre.



venerdì 5 febbraio 2016

LA RAGIONE PER CUI



Siamo qui per uno scopo? Non lo sappiamo.
Abbiamo cercato di intuirlo in molti modi, ma non abbiamo trovato nulla che vada bene per tutti. Sappiamo che c’è stato un inizio, per la nostra specie, e la scienza ha cercato, e cerca tuttora, di dare una spiegazione ragionevole e logica. Attraverso lo studio, la ricerca e l’analisi delle prove che ci vengono fornite dal passato si è cercato di arrivare a delle risposte, anche se è pur vero che spesso troviamo nuove domande.
L’Inizio ha cercato, e trovato, spiegazione nelle parole dei culti religiosi. Ognuno di questi, a modo suo, traccia una via su come il Creatore avrebbe dato inizio al Tutto. Scientificamente non sono plausibili, spesso sono contradditori e illogici, ma hanno accolto consensi e non solo in epoche in cui il Sapere e la Conoscenza erano ad appannaggio di élite ristrette, ma anche nell’epoca moderna. Un dato di fatto resta incontrovertibile: noi siamo qui e se siamo qui è perché in qualche punto del passato tutto è iniziato.
Questa certezza è la sola che abbiamo. Non ci sono prove, né testimonianze concrete, dell’esistenza di una ragione che motivi la nostra esistenza. Purtroppo, noi sentiamo l’esigenza di dover trovare per forza “La ragione per cui”. Curiosamente, potrebbe esserci una risposta certa, pur non essendo quella che vorremmo ascoltare. Il motivo è semplice, quanto disarmante: siamo esseri limitati, nel corpo, quanto illimitati nella mente, ma è la coesione tra queste due parti che è sbilanciata, perché prestiamo alla parte “materiale” della nostra esistenza la maggior parte dell’attenzione.
Vedere, ascoltare, annusare, gustare, toccare sono i cardini su cui si muove la nostra percezione dal momento in cui nasciamo; a ogni passo della nostra vita ciò che ne scandisce la permanenza è il mondo fisico, con tutte le sue incredibili e variegate sfaccettature. Quel che rende possibili queste interazioni è il nostro cervello, eppure noi tendiamo a dimenticare questa splendida e incredibile macchina biologica. Lo diamo per scontato.
Il cervello è qualcosa di fisico eppure, svolte le sue funzioni di coordinamento, esso si “trastulla” con la creazione di una quantità inimmaginabile di dati: il pensiero. Ed ecco giungere il paradosso. Viviamo il mondo che ci attornia con i nostri cinque sensi e con essi ne misuriamo l’estensione, la capacità, la densità, ma quello che consideriamo “immateriale” è quello che dà più senso al “materiale”. Alla continua ricerca di risposte, tralasciamo il fatto che esse nascono da domande che la nostra mente formula di continuo. L’interminabile indagine che portiamo avanti con l’osservazione troppo spesso è ridotta a un cumulo di dati che, fine a sé stessi, ci inducono a conclusioni imprecise, incomplete.
E "la ragione per cui” continua a sfuggirci.
Lo scopo della nostra esistenza e il punto d’origine dell’immenso di cui siamo parte è un grande affresco, una sterminata tela in divenire. La prima pennellata non è meno importante di quella, ancora fresca, appena depositata. Solo il movimento armonico del pensiero e del corpo, dell’immateriale e del materiale, sono in grado di condurci sul sentiero della conoscenza e della comprensione che esiste un motivo per cui esistiamo.
Quando l’evoluzione ci avrà portato fin lì, sarà stupefacente osservare quanto meraviglioso cammino ci aspetti ancora, prima di togliere la parola fine dal nostro vocabolario.
E osservare che l’inizio non è mai cominciato.

domenica 15 novembre 2015

La Terra Dell'Uomo

Accarezzo la robusta corda
che mi fissa con il suo cappio,
pronto e gelido.
Tutt’intorno una massa silente
che altro non attende
se non l’esecuzione.

 Il boia non c’è, il boia sono io.
Ed io il condannato...

Giudici e giurie grigie hanno sentenziato
ma poltrone e piazze non si sporcano le mani.
Alla fin fine questo è vivere
nella terra dell’uomo.
Pagare l’inadeguatezza.
Pagare la diversità.
Il prezzo è alto,
alto come il corpo che penzolerà inerte
alto come il brusio della folla cieca.
Incurante di chi si troverà appeso domani.
Incurante di chi ci si trova ora.
Morte è spettacolo
nella terra dell’uomo.
Si scuote il cappio sotto i colpi del vento.
Un ultimo movimento solitario
prima della danza.

 Il boia non c’è, il boia sono io.
Ed io il condannato.

 Poi saranno fremiti di folla goduriosa
e tra la folla qualcuno sentirà [vicino]
il tormento del prossimo venuto.
Stringe la corda
ed io sollevo gli occhi:
in alto un uccello vola.
Inconsapevole bestiola fortunata,
male che vada vittima d’un fucile
ma mai d’un suo simile.

Tira la corda.
Stringe e non molla.
Io odo solo l’ultimo silenzio,
fetido e falso,
della terra dell’uomo.

mercoledì 4 novembre 2015

La Colpa


La colpa non la vuole nessuno.

La colpa è una parola che si tende a scaricare sempre su altri, o su altro, anche a costo di diventare irragionevoli e illogici.
Ci si è sentiti dire spesso, durante gli anni della crescita, che si deve essere responsabili delle proprie azioni; lo hanno fatto i genitori, i nonni, i fratelli e le sorelle più grandi, ma anche gli insegnanti, a scuola. Anche in età adulta abbiamo sentito parlare del senso di responsabilità. Dai nostri superiori, ad esempio, o dai datori di lavoro. Nonostante le due parole possano essere legate tra loro (c’è vicinanza tra le frasi essere colpevoli di qualcosa  e  essere responsabili di qualcosa), è proprio la parola Colpa che fa mettere le mani avanti.  

Arrivati all’anno di grazia 2015 ne abbiamo viste di tutti i colori, da tutte le parti e senza escludere niente e nessuno; il perfido gioco dello scaricabarile è diventato una norma, anziché un’eccezione. Non solo, ma abbiamo perso (noi popolo) completamente il lume della ragione, andando a cercare responsabili/colpevoli ovunque, senza nemmeno tentare di comprendere come e perché certe cose siano accadute e per reale (lapalissiana, direi) responsabilità di chi.
Come siamo diventati così ottusi? Questa è una gran bella domanda.
Ne avrei un’altra: eravamo dei fenomeni fino a qualche tempo fa o più semplicemente siamo solo peggiorati?
Mi piacerebbe sapere la vostra opinione.

Nel frattempo, occupiamoci di qualche esempio chiarificatore e facciamolo puntando il dito su alcune cose di estrema attualità.  

Oggi la situazione politica italiana è indefinibile.
Il dopo-Berlusconi è stato un trotterellare senza senso tra presunti esperti economisti salva tutto, elezioni senza risultato e successivi balbettii di figure da operetta messe sullo scranno più alto senza che si sia giunti ad uno straccio di miglioramento. Anzi, è vero il contrario. Riavvolgendo il nastro ci si accorge che la destra dava la colpa alla sinistra e viceversa.

Ogni volta che un’elezione dava un risultato, l’eletto di turno tuonava contro il precedente governo per la situazione che si era trovato in mano. Così, quando il governo cadeva, o giungeva al termine della legislatura, si ritornava alle urne con le solite promesse. Le stesse che ascoltiamo oggi. Contro chi tuona Renzi? E Letta, Bersani, Monti, Berlusconi, Prodi con chi se la prendevano? Ma con chi c’era prima, ovvio.
Purtroppo, chi c’era prima era parte dello stesso sistema scriteriato che il cittadino ha sempre accettato con il suo assenso. È possibile, quindi, che noi-popolo si sia corresponsabili di questa situazione grottesca e drammatica?  

Oggi sembra che la colpa sia solo del Pd (che non saprei se definire sinistra o destra, onestamente) e pare che tutti quanti abbiamo dimenticato che in Parlamento siedono gli stessi che erano presenti anche prima della situazione attuale. Il Pd è diventato il Demonio nella stessa misura in cui prima lo era soltanto Berlusconi.
Siamo noi ad avere la memoria corta? Non possiamo aver dimenticato che non esiste partito, in Parlamento, che non abbia avuto (o abbia) corrotti, collusi, indagati e condannati. Certo, abbiamo il Movimento 5 Stelle.

Una ventata di aria fresca, almeno nelle facce e nella fedina penale (per ora), ma prima di farmi una vera opinione vorrei che gli fosse data la possibilità di governare. Il che significa che, ancora una volta, la palla passa a Noi. Non ci piace, ma è così. Ma se si salva solo questo partito, per quale motivo sono in tanti a prestare ancora ascolto a tutta quella masnada di furfanti che occupano il resto del Palazzo? Abbiamo rimosso dalla memoria le Leggi Ad Personam, le promesse sempre disattese su pensioni, lavoro, economia, la imperdibile ignominia dell’entrata nell’Euro senza un referendum; non c’è stato un solo governo che non abbia tirato l’acqua al proprio mulino e riempito le proprie tasche e ancora abbiamo il coraggio (e la sventatezza) di dire che alle prossime elezioni voteremo Pd, Forza Italia, Lega Nord e altro ciarpame.

Diamo la colpa a tutti, continuiamo a votare gli stessi figuri e alla fine ci lamentiamo perché siamo in balia di questo sistema. La colpa di chi è? Vi siete mai domandati perché e come siamo arrivati alla situazione attuale? Non c’è stato nessun colpo di stato, nessuna forzatura anticostituzionale. Semplicemente, il popolo ha permesso (con il silenzio-assenso) che un governo dopo l’altro facesse tutto quel era necessario per arricchire un’unica casta, rendendola quasi inattaccabile. La loro. E quando sono state approvate leggi che evidentemente andavano contro la logica, il cittadino (noi) si è solo lamentato, ma senza insorgere.    

Passiamo ad altro. Un argomento molto delicato. L’immigrazione.
Qui assistiamo quasi a un plebiscito.
È altissima la percentuale di italiani che vede gli immigrati come un problema da sradicare.
Se abbiamo carenza di lavoro è colpa degli stranieri che ce lo portano via.
Se abbiamo criminalità in crescita è colpa degli stranieri.
Se abbiamo più tasse è colpa degli stranieri.
E via dicendo.

Gli stranieri sono IL problema. La Colpa è tutta loro. E se non fosse così? Se invece la causa di tanti problemi fosse da un’altra parte?

Nello specifico: si evidenziano di continuo le note negative legate agli immigrati, ma quasi mai le cose positive. Sarebbe come dire che, dal momento che l’Italia è la culla di Mafia, N’drangheta e Camorra, allora tutti gli italiani sono dei criminali. È un concetto che non sta in piedi.
Il vero problema legato agli immigrati è da cercare più in alto. Noi tendiamo a vedere la colpa nell’effetto, non nella causa.  

Si riversano in Italia (e in Europa) migliaia di persone dalle zone più disagiate dell’Africa e dell’Asia perché gli viene permesso di farlo. E questo non avviene da qualche mese, ma da sempre. Una vera regolamentazione  non c’è mai stata. Un vero controllo non si è mai effettuato. Si è solo tentato di arginare il problema e regolare alla meglio una situazione  insostenibile in partenza.  

Vi siete mai chiesti perché esiste il Terzo Mondo?
E chi lo ha creato? O è sempre stato lì, ma lo scopriamo adesso?

Il termine è entrato a far parte del linguaggio politico nel 1955, nella conferenza di Bandung, per poter distinguere i paesi in via di sviluppo che non facevano parte di quelli ad economia di mercato e di quelli ad economia centralizzata. Quelli capitalisti e quelli comunisti, Patto Atlantico e annessi e Patto di Varsavia, ad essere concisi.
Ma il termine “in via di sviluppo” era obsoleto già allora.

Oggi siamo arrivati ad avere una nuova classificazione: il Quarto Mondo. I paesi più poveri della Terra, dove istruzione, speranza di vita alla nascita, reddito procapite sono da considerare ridicoli.
La cosa che sfugge a molti è che tutti questi paesi sono stati, in passato, delle colonie. L’Europa, in particolare, ha tiranneggiato in lungo e in largo.
Gli Stati Uniti d’America, anch’essi nati come colonia, non solo hanno sterminato i popoli che abitavano le terre da loro occupate, ma hanno importato schiavi dall’Africa senza riserve (o pensate che le popolazioni nere d’America siano autoctone?).  

Ora, dopo essere stati dominati, schiavizzati, sfruttati, dissanguati in ogni senso, questi popoli ancora non hanno alzato la testa dal fango.
A parte quelle colonie asiatiche divenute potenze, come l’India ad esempio (il cui cittadino medio non è comunque economicamente all’altezza di un europeo), la quasi totalità degli Stati africani vive in uno stato di povertà, con governi dittatoriali armati dai paesi ricchi, multinazionali che ne depredano ancora le risorse ed emergenze umanitarie all’ordine del giorno.

Gli stati del medio oriente sono in continua lotta. Uno contro l’altro, tutti contro tutti. Una guerra oggi, una domani e i popoli in mezzo, a subire le conseguenze di regnanti dissennati.

Poi la questione palestinese e lo spauracchio israeliano che minaccia chiunque abbia qualcosa da ridire (curioso, uno stato che non dovrebbe esistere è uno dei più ricchi del mondo, nonché potenza nucleare).

Così, in questa situazione da orrore vero, arriviamo alle migrazioni.

Spinto dal desiderio di fuggire dalla miseria, dalle guerre, dalle malattie, dalla carestia, dalla schiavitù, un intero mondo si muove lentamente verso il Primo Mondo. Il nostro.

Questa gente porta tragedie nelle proprie valige. Certo, molti non sono santi e a causa di queste mele marce noi facciamo di tutta un’erba un fascio e li giudichiamo. Diamo la colpa a loro, come se fosse veramente loro la responsabilità del mondo in cui sono nati. Invece la colpa è nostra. Del comportamento dei nostri Stati e che noi abbiamo sempre evitato di giudicare veramente. Giudichiamo questa massa che arriva. I negri, li chiamiamo.

Qualcuno ha detto che dovremmo aiutarli a casa loro. Curioso, a casa loro noi portiamo armi e prendiamo petrolio, oro e altre cose che ci servono.  
Allora, di chi è la colpa?

Ci lamentiamo che alcuni di loro siano dei violenti e dei criminali e io vi do ragione. Ma andate a cercare notizie su cosa ha fatto il buon uomo bianco da quelle parti e poi ditemi chi ha cominciato.
Il gioco di “chi ha iniziato a fare che cosa” può essere illuminante per capire perché un certo tipo di effetti si sono manifestati.    


  La colpa è una brutta bestia.
Come dice il vecchio adagio: è come i debiti, non la vuole nessuno.
Però, è chiaro, da qualche parte il colpevole esiste.
Perché, che piaccia oppure no: nulla accade senza una ragione; se si manifesta un problema significa che qualcosa lo ha provocato.
Queste due frasi sono di una banalità sconcertante, eppure le applichiamo soltanto a ciò che ci fa comodo, invece di farlo con tutto.

Mi fermerò qui con gli esempi (che rimangono tali e scelti proprio perché di attualità) , però mi piacerebbe che passasse un desiderio di riflessione dopo aver letto queste righe.
Vorrei che si smettesse di puntare il dito su qualcuno o qualcosa senza aver prima soppesato le reali dinamiche che hanno portato all’effetto.

Cerchiamo le cause, prima di lanciare invettive e ponderiamo su quanto noi stessi, nel nostro piccolo, possiamo essere responsabili di qualcosa.  

Esistono infinite variabili da considerare, quante sono le infinite potenzialità dell’essere umano.
Non è mai tempo sprecato quello passato a riflettere prima di giudicare, perché nel mondo in cui viviamo emettere una sentenza sommaria, o “di pancia” se preferite, è diventata una pratica abituale.
Che vi piaccia oppure no, è sbagliato.

È estremamente liberatorio ammettere di aver commesso un errore, di qualsiasi tipo. Ed è nella nostra facoltà di esseri intelligenti poter tornare sui nostri passi e correggere il tiro, quando comprendiamo di aver puntato il dito sulla parte sbagliata.  

La Colpa non è un tumore maligno, non è un virus mortale. Può averla ognuno di noi senza dover morire.
Ma non è nemmeno qualcosa che puoi scagliare a piacimento, senza pensare.  

La Colpa esiste.
Prendiamoci tutti le nostre responsabilità prima di emettere sentenze.