martedì 8 maggio 2018

Cronache Dall'Assurdo: L'Ospedale Sant'Anna Di Cona

Questo articolo l'ho pubblicato la prima volta
il 18 marzo 2016 su www.hackthematrix.it
e  successivamente il 20 marzo 2016 su www.simonezagagnoni.it

Ho deciso di riproporlo (con qualche piccola revisione) perché credo
che le Cronache Dall'Assurdo della nostra città siano diverse e variegate,
e vale la pena dare uno sguardo in giro,
senza farsi mancare niente.

Leggerlo richiederà una decina di minuti...e se proprio non vi farà saltare sulla sedia dall'incazzatura, forse riuscirà a strapparvi persino una risata. Amarognola, certo...

PRONTI?



Premessa.

Cosa non va nel Bel Paese? Parecchie cose.
Tra le tante che funzionano a singhiozzo, o addirittura funzionano male, c’è la Sanità Pubblica.

Se da una parte abbiamo una percentuale altissima di personale qualificato e di enorme competenza, dall’altra paghiamo lo scotto con una burocrazia farraginosa, fatta di regole spesso al limite dell’assurdo (basta pensare ai tempi di attesa per visite o esami diagnostici) e parecchie strutture vecchie, decadenti, inadeguate o nuove ma dalle curiose logiche progettuali.

Tanto per cominciare, e sicuro di andarmi a gettare in un ginepraio, voglio parlare proprio di una di queste ultime: il nuovo polo ospedaliero Sant’Anna di Cona (frazione di Ferrara).

I numeri e le informazioni di questo articolo sono andato a cercarmele in rete (fonti Il Fatto Quotidiano, La Nuova Ferrara, Estense.com. Wikipedia, ospfe.it e altri). Se volete fare lo stesso e verificare quanto leggerete in seguito, prego, ne sarò ben contento. Voi un po’ meno.

Per realizzare quest’immensità quantomeno bizzarra, soprattutto per la logistica interna, sono serviti ventuno anni (21). Roba da matti se consideriamo le attuali tecniche di costruzione e la tecnologia di cui disponiamo.

E poi c’è il denaro speso: cinquecento milioni di Euro (500 000 000).
Probabilmente ne servono meno per andare su Marte e tornare in tempo per la cena…

Nota: alcune fonti giornalistiche dicono che la spesa è risultata quasi decuplicata rispetto ai preventivi originali per via delle lungaggini burocratiche, dei processi e di tante altre cose, ma tralasciamo per amor di decenza di elencare le vicende legate agli appalti truccati, alle truffe, alle bustarelle, alle indagini su “chi ha fregato chi, dove, come e chi ha omesso cosa”, senza contare gli abusi d’ufficio e chissà cos’altro, ma concentriamoci sull’utilità della struttura e della sua dislocazione rispetto alla città.


Nelle foto una porzione degli ingressi e del viale davanti all’ospedale.


Dove si trova e come raggiungerlo.

L’Ospedale di Cona è raggiungibile, dalla città, in auto dalla via Comacchio, dalla via Pomposa (di seguito via Palmirano) e dalla superstrada Ferrara-Mare. In chilometraggio, facendo una media tra le scelte possibili, si tratta di circa 7/10 km, ma considerando il traffico che una piccola città come Ferrara è capace di mettere su strada, per raggiungerlo in parecchi orari “topici” ti servono non meno di venti minuti.

Se stai male o hai una emergenza fai in tempo a tirare le cuoia;
se devi andare a trovare un parente, è meglio se parti con mezz’ora abbondante di anticipo;
se si verifica qualche tipo di evento meteorologico appena sopra la media (tipo un bel temporale) puoi star sicuro che ti serviranno trenta minuti di bestemmie e insulti.

Sì, certo, puoi darti una mossa in macchina, ma con la pioggia se sulla superstrada rischi di sbriciolare il semi asse o di volare fuori carreggiata grazie a una asfaltatura indegna, sulle due vie sopracitate la viabilità a due corsie ti costringe a non superare i 40 km/h, bene che vada.

(Fonte - Comune di Ferrara)

Per non parlare dei mezzi pubblici: in autobus è un vero girone dantesco, in termini di tempo, senza contare che oltre un certo orario serale (circa le 21,30) non c’è modo di tornare a casa: o dormi lì, o te la fai a piedi oppure ti affidi a un taxi.

Nota: il costo di una corsa in taxi da e per l’ospedale non ti costa meno di 20 Euro (te lo spacciano per 18 Euro sul sito www.ospfe.it, ma è una cazzata e io l’ho verificato e comunque, se permettete, andare e tornare per 36/40 Euro è un autentico furto).

Poi c’è il treno o, com’era stata chiamata, la Metropolitana di Superficie.
Io non ho ancora verificato personalmente, ma ad oggi, e seguendo le informazioni date anche dai quotidiani, questa linea ferroviaria sarebbe ancora un fantasma.

Quindi, considerando la dislocazione del vecchio ospedale (in piena città), la logica di questo spostamento del blocco ospedaliero sfugge alla mente di chiunque. Non compresi quelli che qualcosa ci devono aver guadagnato, chiaro no?

Vogliamo parlare delle ambulanze? Quando devono correre perché in stato di emergenza e sono costrette a percorrere la via Comacchio o la via Pomposa possono suonare le sirene quanto vogliono, ma il traffico delle auto non si può far sparire improvvisamente e io ho visto di persona le manovre in pieno stile hollywoodiano degli autisti del 118 e anche di altri, come me, che cercavano di “togliersi dalle balle”, per dirla con un francesismo.

Pertanto, anche per questo risulta ovvio che la scelta di spostare l’ospedale fuori dalla città, con queste vie di accesso, non è stata tra le più sensate che le amministrazioni ferraresi abbiano preso.


I posti letto e lo spazio “a perdere”.

Altro aspetto al limite dell’assurdo è la capacità di accoglienza riservata ai degenti.

(Fonte - Comune di Ferrara)
Vista dall'alto del "vecchio" Arcispedale Sant'Anna
di Ferrara.

Tra il “vecchio” e il “nuovo” ospedale c’è una differenza di circa cinquecento (500) posti letto. Un paradosso se si pensa alla grandezza del nuovo polo ospedaliero: il vecchio S.Anna possedeva circa milletrecento (1300) posti, mentre il nuovo supera di poco le settecento (700) unità.

Considerando la cifra pantagruelica spesa per realizzarlo (500 milioni di euro, ribadisco), non serve un fenomeno per capire che con la metà secca si poteva ristrutturare il vecchio ospedale rendendolo un gioiello vivibile, organizzato e super-tecnologico. Con quali strumenti mi permetto una simile affermazione? Con quelli del buon senso, mi sembra lapalissiano.

Innanzitutto c’è il discorso delle dimensioni.
L’ospedale di Cona è qualcosa di mostruoso.
Salta all’occhio immediatamente l’immensità degli spazi interni completamente inutilizzati.

A che pro avere circa 500 posti letto in meno a fronte di un’area (ingresso 1) enorme senza nessuna, e sottolineo nessuna, ovvia utilità? È un ospedale o un centro benessere?

Nelle foto una porzione dell'ingresso 1.
La struttura futuristica visibile nella foto di sinistra è l’area ristoro.


La scala mobile dell’ingresso 1 vista da altra prospettiva.

Qualcuno potrà dire che il vecchio e obsoleto S.Anna aveva corridoi stretti, molti reparti piccoli e stanzoni immensi a sei o otto letti, ma se il cambio doveva avvenire per ottenere corridoi immensi, aree interne giganti e senza scopo, strutture di collegamento (snodi) grandi come miniappartamenti per una riduzione astronomica di posti per i degenti…dov’è il senso?

Certo, bello è bello, anzi, bellissimo, ma la funzionalità e la logica di realizzazione dove sono?

 Nella porzione di foto a sinistra una delle tantissime aree senza nessuna funzione.
Notare la grandezza dell’estintore per avere un’idea delle dimensioni.
Nella porzione di foto a destra una delle tantissime “piazze” interne: incroci tra corridoi e reparti.


Nelle due foto accorpate altre aree (piazze) realmente gigantesche e senza nessuna utilità.


Più ci si aggira tra le aree di questa mega-costruzione più si ha l’impressione che forse dovesse solamente soddisfare l’ego represso di chi l’ha progettata perché, di fatto, tutto manca di senso pratico.

Nella logica commerciale del nostro bel mondo schiavizzato dal capitalistico principio per cui ci devi sempre e solo guadagnare, le città sono state trasformate in alveari di mono e bi locali, mini appartamenti, mono stanze soppalcate.
Tutto per ottimizzare spazi, infilarci più gente e avere maggiori introiti.

Per l’ospedale di Cona si è usato il metro opposto.

La struttura non è solo dispersiva, ma assurda. Lo sfruttamento dello spazio necessario è completamente perso nel nulla.

Un esempio: il reparto degenze della Medicina Interna Universitaria consta di 23 camere a due letti, per un totale di 46 posti. Attorno a questo reparto c’è talmente tanto spazio inutile che la mia mente scevra da ogni tipo di studio progettuale ha subito dedotto che potevano starci tranquillamente almeno altre cinque o sei stanze, senza rendere l’area claustrofobica per degenti e parenti. Sono un fenomeno io oppure ho completamente travisato l’idea alla base di questa progettazione?

Attendo suggerimenti.


La segnaletica interna.

Come ogni ospedale, anche quello di Cona ha tantissimi reparti, laboratori, ambulatori, sale operatorie, aree comuni, aree di ristoro e via dicendo.

Ci sono due ingressi principali. Uno, come ho detto, che sembra quello di un centro benessere di lusso, l’altro, invece, dà l’impressione di essere stato pensato in un secondo momento, quando i soldini ormai erano finiti: di dimensioni umane, spoglio e privo di vivaci picchi architettonici futuristici.

Da entrambi gli ingressi, per dirigersi in qualsiasi punto dell’ospedale, ci si deve affidare a un tipo di segnaletica che ti aspetti di trovare al Cern di Ginevra o al Kennedy Space Center (o in una base spaziale cinematografica).


(Fonte – La Nuova Ferrara) Visitatori davanti al pannello dell’Ingresso 2.
Stanno leggendo l’elenco dei reparti e corrispondente dislocazione con
codice. Altre indicazioni? No.


Ogni reparto e servizio è identificato da un codice composto da numero-lettera-numero (settore-corpo-piano).
Quindi, se devi andare dal Centro Prelievi alla Degenza Cardiologica devi sapere che vai dal 1E0 al 2C3 (dal settore 1 corpo E piano terra al settore 2 corpo C terzo piano).

Hai a disposizione scale e ascensori che, però, se non stai molto attento, ti fanno percorrere centinaia di metri inutilmente.
E c’è anche da considerare che diversi ascensori del primo piano, in alcuni settori, non ti portano a piano terra.

La domanda sorge ovvia: non c’era proprio nessun altro modo di organizzare la segnaletica così che non fosse necessario studiarsi prima la planimetria?

Dico, avete presente la percentuale di anziani sul territorio? Ora, immaginatevi questi poveri malcapitati girare come anime perse alla ricerca di quel reparto o di quell’ambulatorio.

«È una questione di comodità e con un po’ di pratica ci si orienta benissimo». Sostiene una burlona che lavora nell’azienda. Comodità per chi? E poi, pratica? Ma non è che uno ci debba stare per forza qualche settimana per imparare a girare la struttura! Personalmente se non vado all’ospedale sono ben contento! Cos’è, dobbiamo organizzare dei tour informativi?

La questione della segnaletica è stata per me una vera e propria sorpresa. Negativa. La prima volta che sono entrato mi sono sentito dentro a un film di fantascienza.

Abituato da sempre, purtroppo, a girar per ospedali (non solo Ferrara, ma Bologna, Catania, Aosta, Milano, Torino e relative strutture nelle province) ero ancorato al concetto di segnaletica interna classica: ingresso con pannelli a muro dove si indicavano i reparti disposti per i piani e relative frecce di indicazione; corridoi con pannelli informativi e segnalazioni dei distinti reparti bene in vista.

A Cona? Neanche a parlarne. Numero-lettera-numero e buona fortuna.

Qualche cittadino l'ha presa con ironia...

Sia al giga-mega ingresso 1 che allo “spartano” ingresso 2 ci sono cartelloni a muro con gli elenchi di tutti i reparti (no, tutti no. Manca quella dell’oculistica ambulatoriale del 3C0… [almeno così era fino al 2016, ndr]) e relativi codici.

Ma, sorpresa! Mancano le indicazioni degli Snodi! Eh già, ci sono anche gli Snodi. Cosa sono? Bella domanda. Me l’ero posta anche io.

Gli Snodi sono quelle aree enormi di cui parlavo prima dove, se non sai esattamente dove andare, ti perdi nel nulla. Collegano corridoi ad altri corridoi, per andare da un reparto all’altro, senza che esista un sistema di orientamento che dia senso a questa parola (orientamento, of course).

Nelle due foto accorpate...
Spazi, spazi e ancora spazi.
Senza logica pratica. Immensi corridoi, snodi, piazzole.



I servizi e il personale.


Esempio di personale in servizio.
(Fonte - www.ferrara24ore.it del 9/2/12)


Funziona qualcosa in quest’ospedale? Sì, fortunatamente sì. Anzi, possiamo dire che è proprio questo il punto di merito, ma è dovuto al personale, non alla struttura.

La burocrazia ospedaliera è come sempre spinosa e invereconda, ma questo non dipende dal personale amministrativo e medico, ma dalla solita logica non sense tipica della nostra penisola.

Quando ci si reca alle accettazioni dei vari reparti e ambulatori non è colpa del personale se mancano le strutture per evitare le file interminabili (avete presente i numerini che si strappano dalle apposite colonnine? Ecco, cercatele…non ci sono ovunque), così come non si possono addebitare agli operatori le mancanze dovute al non aggiornamento di alcune pratiche.

Si arriva con una domanda “non prevista” e si deve attendere che chi si trova dietro al banco riesca a trovare la risposta giusta sul terminale. Però, nella maggior parte dei casi, ce la fanno e riescono a dare risposte e portare a compimento il servizio all’utente.

Come ho detto, i servizi ci sono. Non sono rapidissimi, certo, ma ci sono. E se non sono veloci il motivo è da ricercare nella mancanza di personale, non nell’incapacità dello stesso.

Del resto i tagli alla Sanità sono continui e non è difficile ascoltare lamentele da parte di medici, infermieri, operatori socio sanitari che fanno turni massacranti perché «siamo solo noi».

Io ho toccato con mano la professionalità di queste persone. Nei reparti, negli ambulatori. La cosa che più mi ha colpito è stata l’assistenza che non fanno mai mancare agli utenti e ai degenti. E quando qualcosa non va nel verso giusto e ci si lamenta, loro cercano di riparare senza battere ciglio.

Certo, potrà capitare che qualche medico, infermiere, OSS non sia abbastanza cortese o disponibile, ma se succede si tratta comunque di rare eccezioni.

In altre strutture della città ho riscontrato una professionalità molto più scarsa quindi, se devo dire che qualcosa funziona in questo labirinto di cemento e cartongesso, quello è il personale.


Il pronto soccorso.

(Fonte – La Nuova Ferrara)
Una porzione delle sale di attesa del Pronto Soccorso.


È un capitolo a parte, delicato e anche fastidioso.

Il servizio del 118, ammettiamolo, fa i miracoli con niente.
Come in ogni maledetto ospedale d’Italia (se avete notizie diverse aspetto di sentirle) le attese al Pronto Soccorso sono lunghissime.

Cona, purtroppo, si fa carico di un territorio vastissimo e pur avendo distribuito in città delle zone di Pronto Intervento (per non far partire tutte le ambulanze dall’ospedale) ancora una volta paga lo scotto dei tagli alla Sanità.

Quando si arriva viene applicato un codice-colore relativo all’urgenza e ci si mette l’animo in pace: se sei un codice verde aspetti, bene che vada, non meno di quattro/cinque ore.

Ho avuto la sfortuna di andarci più volte in un mese e ho visto quasi sempre le stesse facce: operatori, infermieri, medici. Sono pochi e i tempi si allungano a dismisura in giornate topiche (che non sono poche) quando il Pronto Soccorso è pieno fino all’inverosimile.

E mi ripeto: questa gente va ringraziata e encomiata per l’assistenza che dà continuamente. Non possono essere in tre posti diversi contemporaneamente, ma arrivano appena possono.

Altro discorso vale per gli ambulatori di visita. Mi è capitato di essere lì in una giornata dove c’era realmente “l’inferno”: pieno di gente e ambulanze che andavano e venivano di continuo. E gli ambulatori disponibili erano soltanto due. Cosa si può pretendere? La colpa non è loro, ma di chi toglie stanziamenti (il governo e le amministrazioni comunali e regionali).

Nota di aggiornamento: l’ultimo fenomeno che sta colpendo il Pronto Soccorso di Cona è quello dei senzatetto che vanno a rifugiarsi lì per la notte.
Un discorso a parte che affronterò in un altro articolo.


I parcheggi.

(Fonte – La Nuova Ferrara) Notare dove gli utenti sono costretti a parcheggiare.


Questa è una nota dolente quanto un dente cariato.

Il fenomeno che ha progettato l’area parcheggi non ha considerato la miriade di persone che si riversano qui, soprattutto al mattino e nel primo pomeriggio.
Parenti dei degenti, utenti per visite ed esami, personale.

Ci sono momenti in cui si notano auto parcheggiate persino in prossimità delle rotonde, fuori dalle aree adibite alle auto.
Sì, certo, il parcheggio è gratuito per ora (e non lo sarà ancora per molto, ndr).

In più, ma ormai lo avete capito che la parola “logica” non si può applicare a questa struttura, c’è da dire che la segnaletica e la viabilità per e nei parcheggi è assolutamente Senza Senso.
Provare per credere.


Conclusione.

Vi ho fatto un quadro snello e rapido (credetemi sulla parola, ce ne sarebbe da scrivere per un libro intero) delle problematiche legate al nuovo polo ospedaliero di Ferrara.

Non mi sono soffermato sulle carenze strutturali e tecniche presenti e che sono ancora oggetto di discussione, senza contare (come detto all’inizio) tutte le vicende legali sorte durante e dopo l’avvio operativo della struttura.

Rimane il fatto, incontrovertibile, che questo progetto ha delle falle immense.

Chi lo ha progettato aveva le pigne nel cervello, poco ma sicuro, e chi lo ha pensato dovrebbe essere portato davanti a una commissione di cittadini per spiegare il motivo che ha spinto a non considerare di rimettere a nuovo il vecchio e caro ospedale di Corso Giovecca.

Ribadisco: secondo me si poteva ristrutturare con la metà della cifra spesa per quello di Cona, con buona pace dei Super Esperti Del Settore (abbiamo visto…).

Ora, però, ce lo dobbiamo tenere e ce lo dobbiamo pure far piacere.
Che spettacolo…



Rolando Cimicchi


giovedì 3 maggio 2018

Io Mi Vergogno


Da bambino assistevo in silenzio ai racconti del mio papà. Mi stupivo di quante cose avesse fatto e di quanti luoghi avesse visto. Rimanevo incantato.

Solo con gli anni della maturità ho compreso quanto avesse imparato, e la meraviglia è aumentata.
Tanti, che come lui avevano attraversato la guerra, si erano persi in pensieri di odio perpetuo; avevano abbandonato la strada che portava verso la tolleranza e l’accettazione che esiste qualcuno diverso da te. Ma lui no. Nonostante quel che aveva passato.
Il mondo che aveva visto era diviso tra luci e ombre. Simile a quello che vediamo oggi.
Simile, non uguale.

Io cammino qui. Tra le macerie di quello che poteva essere e non è stato.
Non posso tornare indietro nel tempo e cambiare gli avvenimenti che ci hanno portato fin qui. Sono troppi. Una serie di eventi che si sono collegati tra loro e a cui non si può imputare nessuna origine, se non quella della scelleratezza umana.
Ma tra queste macerie devo vivere, non ho alternativa.
Qua e là posso scorgere qualche fiore nascere, malgrado tutto, ma non sono certo che sia sufficiente a sedare la mia profonda delusione. Il mio rammarico.

Quanto tempo passato a credere che potessimo cambiare…

Il mio papà sarebbe morto di crepacuore osservando cosa abbiamo fatto. Quanto abbiamo dimenticato, come ci siamo ridotti, cosa siamo diventati.
Io, come figlio e come uomo, mi vergogno.

Mi vergogno di non essere stato all’altezza di chi ha sacrificato tanto per tentare di costruire qualcosa di buono. Perché gente illuminata ne abbiamo avuta, ma non l’abbiamo ascoltata. Abbiamo seguito i fanatismi religiosi, le strade del profitto assoluto, l’indifferenza verso la sofferenza, la politica dell’ego e del potere.
Ai margini delle nostre vite, poco considerati e a malavoglia osservati, abbiamo lasciato i colori e i profumi delle arti e delle filosofie, della cultura e del sapere.
Ci siamo appropriati di quanto serviva per compiacerci e nulla più.

E dove ci ha portati tutto questo?
A niente.
Perché davvero non abbiamo niente.
Ci scanniamo l’un l’altro senza sosta per un pugno di polvere. Parliamo ancora di Dio e di Libertà, ma se il primo è una domanda, la seconda è una chimera.

Io mi vergogno del sangue che mi scorre tra le mani.
E osservo i cumuli di cadaveri che anche io ho contribuito ad ammassare, con il mio silenzioso assenso. Morti che furono persone, vicine e lontane. Con le loro vite speciali e diverse. Non numeri. Persone.
Io mi vergogno di non aver urlato abbastanza per tentare di fermare l’oceano di odio che si diffondeva. Lo stesso odio che alimenta senza freno ogni passo che muoviamo.
L’odio per il diverso, per il non conforme.

Eppure potevamo fare qualcosa. Abbiamo avuto gli strumenti in mano. Abbiamo avuto le possibilità. Abbiamo avuto le chiavi della svolta.
Abbiamo fatto finta di niente. Troppo grande il desiderio di avere e possedere, invece di essere e divenire.

Quanto mi vergogno… e lo faccio per tutti, anche per quelli che si sono sempre nascosti dietro a un posticcio «Cosa c’entro, io?»; tutti i buonisti dell’ultima ora, tutti i teorici dell’uguaglianza, tutti i filosofi del bar sotto casa; ma anche tutti i difensori del suolo patrio, delle tradizioni nostrane, dei “nostri valori”.
Mi vergogno di tutti.

A parole siamo stati dei campioni di giustizia, ma non siamo mai veramente scesi in strada per difendere quelle parole che sembrano appartenere solo a noi e non ad altri.
Perché, sotto sotto, non ci è mai fregato niente che migliaia di persone innocenti venissero sterminate in parti del mondo troppo lontane per ricordarne la posizione su una cartina geografica.
Perché l’orrore ti gela il sangue solo quando bussa alla tua porta.
Abbiamo ignorato per decenni segnali allarmanti.

Povero papà…
Tu che dicesti «Sono andato alla ricerca dell’Uomo», ricordando i tuoi lunghi viaggi, chissà cosa diresti ora. Gli uomini dei tuoi tempi non erano tanto diversi da noi, presumo, ma ho davanti agli occhi la tua espressione e mi sembra di scorgervi una speranza che, purtroppo, è stata polverizzata.

Eri un illuminato? Un idealista? Un sognatore?
Tu che avevi vissuto in Africa, insieme a una tribù del Tanganica; che avevi attraversato l’Asia fermandoti in Tibet, in Pakistan, nella penisola indocinese; che eri stato nel deserto dividendo cibo e acqua con i Tuareg e avevi ascoltato i passi del Corano nelle vicinanze del Cairo.
Di quel mondo che i tuoi occhi avevano visto e che le tue parole avevano portato a casa, cosa è rimasto?

Io mi vergogno.
Mi vergogno di non essere all’altezza della parola Uomo. Mi vergogno di essere parte di questo grande teatro di barbarie e inciviltà.
Mi vergogno della lacrima che ho versato per i morti delle stragi in Europa, mentre molte erano richieste per le altre vittime e io non le ascoltavo.
Mi vergogno di essere io stesso un mostro, perché il richiamo della vendetta sommaria è dolce e sibillino e io lo ascolto.
Mi vergogno dei pensieri atroci che ho avuto e che fanno il gioco voluto dai Grandi Artefici che si nascondono dietro le quinte.
Quelli che non si mostrano mai come sono realmente.

Eppure…
Eppure, niente.
Vorrei dire che ci voglio ancora credere, ma non so se ne avrò la forza.

Vorrei tornare bambino e perdermi tra le tue braccia. Per sentire la sicurezza dei tuoi ideali, la gentilezza del tuo respiro, l’amore incondizionato che nutrivi per il prossimo, chiunque fosse e qualsiasi colore avesse o fede professasse.

Invece sono solo un uomo che cammina tra queste macerie. Senza fare niente.
E mi vergogno, per questo.


Rolando Cimicchi

martedì 24 aprile 2018

L'Amore: L'Unica Cosa Che Conta




(Questo pezzo l'ho scritto il 13 febbraio 2016. Temo sia il caso di ripubblicarlo, perché l'argomento sta di nuovo infiammando la rete. Non ho la pretesa di riuscire a portare ordine nella questione, ma sento il dovere di provare a dare una scossa a menti che sembrano non voler considerare il quadro d'insieme.)


Quale famiglia?
Le presunte diversità e gli stereotipi.


Cosa rimane della nostra tanto sbandierata ricerca della felicità e della pace?
Cosa rimane, nel momento in cui tendiamo a distruggere invece di costruire?

Al tanto vituperato Festival di Sanremo (edizione 2016, ndr) è andata in scena la parata dei diritti per le unioni civili e tutti coloro che non sono d’accordo (e sono tanti) parlano di pressione del Partito Democratico affinché si spinga sull’argomento. Anche in televisione. Anche in eurovisione.
Una cosa abbastanza assurda, dal momento che le leggi si discutono ancora in Parlamento. Per ora, almeno.

È proprio la questione dei matrimoni tra persone del medesimo sesso a essere di per sé un assurdo. Nel senso che non è una questione. Si cerca di negare a due persone che si amano di convogliare a nozze. Scendono in piazza i cattolici, i conservatori, i cavalieri della “famiglia” e tutti a protestare che la “famiglia” è una e una sola.

Senza entrare nel merito di chi ha inventato il concetto di famiglia, la domanda da porre sarebbe: una legge di questo tipo cosa toglie alle coppie etero?
Ecco, esatto, non toglie nulla.

Qui non è in discussione il diritto di una coppia eterosessuale di formare una famiglia, ma permettere a coppie omosessuali (uomini o donne) di godere del diritto medesimo.
A tutti gli effetti, che problema c’è?

Sembra di tornare indietro a un tempo dove i matrimoni misti (persone eterosessuali ma di etnia/colore della pelle/provenienza diversa) erano uno scandalo.

Alla fine, la sostanza è sempre la stessa:
il problema delle presunte diversità.

Che cosa cambia se Giovanna e Alessandra o Marco e Francesco si sposano? Abbiamo due coppie di persone innamorate, che convogliano a nozze e vivranno la loro vita. Vivranno la loro vita, non quella degli altri. Gli altri continueranno a vivere come prima, senza ingerenze.
È una questione di morale? Quale morale? Di chi? Dov’è il problema se due uomini fanno l’amore o se due donne fanno l’amore? 

Se due persone si amano, si cercano, si vogliono, si desiderano, perché si deve vedere come una cosa che fa schifo?
Fa schifo a chi? Agli altri? Agli etero? 
Beh, ma questi si possono tranquillamente girare da un’altra parte e guardare altrove.


Si dice che l'omosessualità sia una cosa contro natura. 
E qui la vicenda assume toni grotteschi, perché ci sarebbe da chiedersi che cosa vuol dire “pro natura”.

Due individui consenzienti si guardano, si piacciono, ammiccano e poi si baciano. Se sono due donne o due uomini, immediatamente in parecchi storcono il naso. E' brutto!  
Sono malati, vanno curati, vanno…che cosa?
Messi nell’incapacità di nuocere? E a chi?
Di cosa stiamo parlando, realmente?

Stiamo parlando di stereotipi, ecco di cosa.
E vi faccio i classici esempi da bar:

Giulio è un uomo e si vanta di essere andato con un sacco di donne e fa pure le corna alla moglie.
Gli amici lo invidiano e lo guardano con rispetto (scopa un sacco!), mentre le donne lo guardano con una certa sufficienza anche se alcune, insomma, ci pensano (dicono che a letto sia proprio forte!).
Giulio è definito uno stallone;

Adriana è una donna che non ama le relazioni fisse. È adulta, piacente e va a letto con chi le pare, quando le pare. Uomini e donne la identificano con un solo aggettivo: puttana.

Questi sono gli esempi del giudizio malsano che la nostra società (di tutti, anche la vostra) pone addosso alle persone alla luce del sole, mentre all’ombra, nell’oscurità, dove non si parla e non si vede, ognuno ha fantasie proprie, segreti inconfessabili, desideri profondi; tutte cose che vengono represse per paura del giudizio di altri.

Gli altri, che si ergono a giudici e giurie della vita di persone come loro. Non meglio o peggio, esattamente come loro.
E allora, cosa succede se due persone dello stesso sesso si baciano e si mettono insieme? Che cosa cambia nella vita di tutti gli altri? Che cosa cambia a me, a te, a tutti quanti?



Noi non lo accettiamo, facciamo i moralisti, facciamo le campagne per la salvaguardia delle famiglie tradizionali, ma sono anche i mariti di queste famiglie che vanno a cercare la prostituta per strada.
Sono anche le donne di queste famiglie che vanno nei locali con le amiche (tutte sante madri e mogli) e che se vedono il bel fusto se lo farebbero seduta stante.

E allora, di cosa accidente stiamo parlando?
Già, si dice, stiamo parlando di istinti “naturali”.
Cioè, in una parola: cazzate.

Perché teoria vorrebbe che se sei sposato/a i tuoi istinti naturali li sfoghi con il tuo/la tua partner.
Ma dal momento che siamo umani e siamo imperfetti (tutti), cadiamo nel tranello.
Gli istinti naturali non hanno sesso, sono istinti e basta.

Quindi, liberiamo la testa dall’immondizia che ci hanno venduto finora, perché amore e attrazione non hanno vincoli di genere. Facciamocene una ragione e vivremo in un mondo già un pelino migliore.


I bambini.
Le adozioni, la cattiveria,
i crimini e l'indifferenza.

L’altra questione che sta infiammando le strade, le case, i giornali e quant’altro è quella delle adozioni di bambini da parte di coppie gay.
Praticamente, vista con gli occhi della gran parte della gente, un abominio.

Avete una vaga idea di quanti siano ogni anno i bambini presi in carico da Istituti? Tantissimi.
Abbandonati. Lasciati. Bambini perduti e invisibili.
Creature sfortunate, perché per i motivi più disparati sono stati messi da parte.

Una popolazione di cui non si parla quasi mai e che non ha la fortuna di avere una casa propria; nessuna persona che si occupi di loro e che loro possano identificare come mamma o come papà. Solo operatori e operatrici.

Possono essere adottati? Certo.
Le pratiche di adozione?
Un groviglio burocratico e costosissimo.
In due parole: se vuoi adottare un bambino ti viene chiesto “prima” se puoi mantenerlo, con una trafila di documentazioni senza fine.

Eppure, se una donna rimane incinta la stessa domanda non si pone. Non si cerca di capire se la donna o la coppia possano permettersi un figlio (un bambino non è un soprammobile, ha bisogno di cure e di cose ogni giorno).

Dicono che sia diverso avere un figlio biologico da adottarne uno; nel secondo caso si fa tutta questa lungaggine per la salvaguardia dei bambini.

Ah sì? E chi salva tutti gli altri? Chi salva quelli “biologici”?

Come regoliamo la questione se i bambini abbandonati, rifiutati, lasciati, maltrattati, male educati, ignorati, picchiati, seviziati e gettati nei cassonetti vengono dalle sante coppie (sposate, non sposate, accompagnate, mamme single, “cazzo, è stato un errore!”) eterosessuali?

Sto forse dicendo che le coppie gay sarebbero una soluzione migliore?
Ma certo che no! Sto dicendo che vorrei salvare tutti i bambini e poter dare loro una famiglia.
Quindi, sono aperto a qualsiasi soluzione, non infilo la testa sotto la sabbia.

Due persone che li amino e li coccolino e li facciano crescere, che non gli facciano mancare nulla, che li educhino a diventare brave persone a loro volta.

E se sono due papà o due mamme che cosa importa?
A chi deve importare? A Dio? E dov’è Dio quando questi bambini patiscono l’inferno sulla Terra?
Vorrei sapere dai bravi cattolici dov’è Dio quando creature assolutamente innocenti sono al centro di trattamenti tanto disumani. Non solo nel resto del mondo, anche nella civilissima Italia.

Si fa presto a riempirsi la bocca con “la parola di Dio” o a dire che la Bibbia vede la famiglia come l’unione di un uomo e una donna “davanti a Dio”.



Ma i crimini commessi contro l’infanzia, e non parlo solo di pedofilia che di per sé è qualcosa di allucinante, hanno come protagonisti negativi uomini e donne: non si fanno distinzioni di singolo orientamento sessuale quando si parla di questi crimini, ma di crimini e basta

E sapete tutti quanti (TUTTI) che la sovrabbondanza dei denunciati e incriminati per queste cose orrende erano insospettabili “persone per bene”. 

Un altro passaggio importante (sempre 2016, ndr), per non dire che non ne parliamo: la questione in discussione in Parlamento sulla stepchild adoption, cioè la possibilità di adozione del figlio del proprio o della propria partner.
Con le adozioni vere e proprie non c’entra nulla!
Smettiamola di accorpare argomenti solo per creare un casus belli.

E quella roba dell’utero in affitto? È stato solo uno spauracchio buttato dentro per far rumore. Mi espongo ancora e dico: io non sono assolutamente d’accordo con questa cosa.
Mi sta bene l’inseminazione artificiale, mi sta bene la “banca del seme”, mi stanno bene molte pratiche, ma quella di “affittare” una madre per poi portarle via il figlio appena partorito, no.
Spero di essere stato chiaro su questo punto.

Ma io vado oltre e torno alle adozioni di bambini senza famiglia.

L’amore da dare a una creatura che rischia di crescere sola e in un istituto, non è bellissimo?
Non sarebbe meraviglioso se tutte le coppie, senza specificazioni di genere, svuotassero quegli istituti e portassero in una casa vera quei bambini per farli crescere in mezzo all’amore e alla gioia?

Con i dovuti controlli? Ma certo!

Ma ditemi, voi che siete tra quelli che la fanno tanto lunga, chi controlla le “famiglie tradizionali”? Chi fa dei veri controlli per vedere lo stato in cui versano i minori in tutte le famiglie vere, come vi piace chiamarle?

Certo che è una questione delicata.
L’adozione lo è sempre, ma dovrebbe esserlo a prescindere, non dal sesso dei potenziali genitori.
Queste sono, ancora una volta, cazzate.

E intanto che ci accartocciamo sull’argomento ci sono migliaia di bambini che soffrono, che sono soli, che non vedranno mai una famiglia tutta per loro.
Mentre ci sono uomini e donne meravigliosi che potrebbero dare non solo un futuro, ma soprattutto una speranza a chi adesso speranze non ne ha.


Si spendono milioni di parole per definire la famiglia, ma la famiglia è fatta di amore e purtroppo la tanto sbandierata “famiglia tradizionale”, quella del Family Day per capirci, è la sola, per ora, responsabile di tutta una serie di veri abomini, di disastri, di storie raccapriccianti dove chi ne ha fatto le spese sono sempre e solo loro: i bambini.

C’è un però, in tutto questo.
Un ulteriore problema posto più o meno da tutti, anche da esponenti del mondo gay (mondo gay… sembra di parlare di un altro pianeta… roba da medioevo, davvero): come risponderanno i bambini adottati da due papà o due mamme?

Come sarà la loro crescita in una società che tende a mettere all’indice l’omosessualità come se fosse un virus?

Il timore che vengano traumatizzati da tutta una serie di vessazioni e ingiurie contro la loro famiglia è alto e questo porta a pensare che, non solo la società non sia pronta per un simile passo, ma che addirittura si sforzi (la società, cioè noi) di essere peggio di quanto già non sia.
Ha senso? Anzi, dov’è il senso in tutto questo?

Si preferisce lasciare i bambini da soli, dentro a strutture che, per quanto amorevoli, non sono case vere, non sono focolai domestici, non sono famiglie.
Sono e rimangono dei ripieghi (per fortuna che esistono!) che dovrebbero fare da ponte a una nuova vita per questi piccoli.

 Bene, adesso facciamo un esperimento.

 «Immaginate un bimbo. Lo chiamiamo Marco.
Ha pochi mesi e lo hanno abbandonato.
Non chiediamoci perché, lo hanno abbandonato e basta.
Marco viene accolto in un istituto dove persone buone si occupano di lui e lo mettono nelle condizioni di stare al caldo, di mangiare, di dormire in un lettino suo.
Cresce per alcuni anni dentro a questo istituto e tra le tante coppie che ne chiedono adozione ce ne sono alcune formate da due potenziali papà e due potenziali mamme.

Immaginiamo che per lunghe questioni burocratiche le coppie etero che ne hanno fatto richiesta non rispondano ai requisiti richiesti, invece le coppie dello stesso sesso, sì.

Senza una legge che approvi l’adozione per queste coppie, Marco dovrà continuare a vivere nell’istituto (o peggio, passare da una famiglia “temporanea” all’altra – esiste anche questo) crescendo senza una famiglia sua.
Senza due volti da identificare come “la sua famiglia”. Senza l’amore che queste coppie potrebbero dargli.»


E adesso, chi ne ha, guardi i propri figli e li immagini dentro a questi istituti.


In conclusione:


Smettiamo di essere così rigidi e ottusi e iniziamo a fare davvero gli “esseri umani”.
I diritti sono di tutti. I doveri sono di tutti. Non puoi incasellare l’amore, perché l’amore è un sentimento “umano” e appartiene solo a noi.

Abbiamo fatto danni incalcolabili fino adesso, distruggendo vite e togliendo speranze.
Proviamo a essere tolleranti, smettiamo di essere cattivi, tentiamo di dare speranza e futuro.

Solo l’amore ci potrà salvare.
L’amore e basta. 
Non di chi verso chi.


E smettiamola con questa storia del “contro natura”.
Contro natura è quello che facciamo ogni giorno a questo pianeta e a noi che lo abitiamo.

Due persone hanno il diritto di amarsi e di creare il loro nucleo, se lo vogliono, a prescindere dal sesso di entrambi, dal "genere" e da tutte le altre stronzate.
Etero e non-etero, non cambia niente: sono persone e basta!

E i bambini... 
Beh, ricordatevi che i bambini hanno solo diritti, non doveri.
E hanno bisogno di amore.
Di nient’altro che amore.
E non è vero che di amore non ce n’è.

Per accorgersene basta smettere di essere tanto disumani da voler guardare da dove viene.


Buona vita.



Rolando Cimicchi




Postilla: a proposito di Dio.
Io non sono credente, non sono nemmeno ateo. Non lo so e basta e forse, un giorno, avrò la risposta.
Rispetto chi crede, chi non crede e pure tutti quelli nel mezzo, come me.
Ma se Dio esiste non posso pensare che, di fronte all'amore, si faccia pippe di genere, provenienza, colore o quant'altro. Se così fosse, allora avrebbe ragione un signore che un giorno disse: abbiamo creato noi Dio, per potercene servire come e quando ci fa comodo. E a me piace pensare che non sia così, che Lui sia migliore di noi.