lunedì 21 maggio 2018

Cronache Dall'Assurdo: Trovare Lavoro, Questa Odissea





 

Non ho voglia di arrabbiarmi. Anzi, facciamo così, la butto sull’ironia, va bene?



Alla fine di questa lettura potrete tacciarmi di razzismo, di estremismo, di populismo becero e ultranazionalista…fate un po’ come vi pare. 

Nel 2015 sono tornato in Italia perché mi mancava casa mia, perché ho una compagna con la quale voglio condividere un po’ di strada insieme e non solo qualche settimana ogni sei, sette mesi.
Bene, torno in patria carico come una molla e pieno di belle speranze e cosa succede?
Trovare lavoro è diventato un calvario. Una vera e propria via crucis.

Se fossi uno che non si mette in gioco, potrei capirlo.
Tipo quelli che “le pulizie no, l’operaio no, il badante no, la fatica no” e ti mettono nelle condizioni di chiedergli: «Ciccio, esattamente cosa cazzo vuoi fare?»

Perché io parto dal semplice concetto che Uno è maggiore di Zero e, pertanto, se lavori e prendi Uno è sempre meglio che stare a casa percependo Zero.
Ma, appunto, ciò non sarebbe un problema se io fossi in grado di prendere Uno facendo qualsiasi cosa.

Il dilemma è che pare che io, e tanti altri come me, si sia portatori di qualche strana ed esotica malattia: non solo non ci vuole nessuno, ma ci stanno pure alla larga!
Il “noi” è riferito a quella fascia di persone che hanno superato i quarant’anni e che non hanno lauree, master, specializzazioni particolari o esperienze come Web Designer, Marketing Specialist, Executive Management, Mobile Software Engineer, Software Developer Web Solution, Business Developer Rapresentative e altre robe che a leggerle ti passa la voglia di respirare.

Di più, l’assurdo si raggiunge con annunci dove è richiesta esperienza pregressa nei campi più disparati, dalla metalmeccanica alla sartoria, ma devi avere meno di trent’anni, essere militesente, automunito, disposto a trasferte, a turni, a questo a quello e anche a quell’altro. Manca solo la prova del DNA e siamo al completo!

Cerchiamo di capirci: quando si dice che per lavorare bisogna averne voglia, mi si trova d’accordo nella misura in cui si conceda la possibilità alla gente di lavorare.
In Italia, adesso, se vuoi trovare un’occupazione è meglio se sei straniero o sotto i trent’anni anni. Se ci sono entrambi i requisiti e sei anche una ragazza di bell’aspetto, tombola!

Nelle agenzie dedicate alla ricerca di lavoro, e ce ne sono un sacco, ti fanno mille domande. Se sei disposto ai turni notturni, agli spostamenti, a fare il pendolare, a provare lavori mai fatti prima, al tempo determinato, al part-time, a contratti a chiamata, a fischio e anche alla schiavitù! E quando tu rispondi una serie infinita di sì che neanche il pentito in tribunale, ti aspetteresti che, porco cane!, un qualsiasi lavoro salti fuori.

No. Non succede, o succede molto raramente, se la tua età dice che sei sopra i quaranta, sei italiano e hai anche un po’ di esperienza in qualche campo.
Certo, non è colpa delle agenzie, loro che c’entrano! La colpa è delle imprese, mi duole dirlo ma è così. E se la colpa è loro è perché un sistema maledetto le ha messe nelle condizioni di potersi muovere in quella direzione.

Si pensi al lavoro in campagna.
Lavoro duro, si sa, raccogliere pere, mele, fragole, ortaggi e altro, ma leggenda (mica tanto) vuole che lì si prendano più stranieri che italiani. Perché accettano paghe da fame e perché, si dice, facciano meno storie. Sarà vero? Intanto noi ultra-quarantenni e cinquantenni siamo qui che aspettiamo.

Io non ce l’ho con gli stranieri, ci mancherebbe, sono stato io stesso immigrato in Germania. Però, mi chiedo che senso abbia non fare in modo che un cittadino italiano possa rimettersi in gioco solo per dar più spazio a gente che arriva da lontano con storie terribili alle spalle (non tutti e non sempre…vediamo di non esagerare).

Nel nostro piccolo anche noi italiani abbiamo brutte storie da raccontare. Certo, non abbiamo un paese in guerra, non siamo alla mercé di malattie, di tiranni sanguinari, ma la fame ce l’abbiamo anche noi.
E bollette da pagare che non puoi pagare e affitti da pagare che fatichi a pagare e servizi non gratuiti che non ti puoi permettere.
Non si pretende il lusso o l’agio ma solamente la sostenibilità. Si deve sempre rischiare di andare in prestito da qualcuno? (Meglio un amico o un parente, ma ci sono, ahimè, pure gli strozzini. E sono tanti.)

Quando sento i ministri del governo (con la minuscola obbligatoria) dire che dobbiamo fare (noi) dei sacrifici, il desiderio è quello di far saltare in aria i palazzi del potere con loro dentro! Ecchecazzo!

Ci riempiono di tasse, alzano i prezzi di qualsiasi cosa e poi, ciliegina amara sulla torta, ci impongono di dare spazio “alla povera gente che scappa da situazioni orribili”.
Fatemi capire, gentili mentecatti del governucolo -di qualsiasi colore e bandiera-  quando succederà che vi occuperete di chi, come me, sarebbe disposto ad andare a spalare merda per portare a casa una misera pagnotta?

Per la miseria, io ci credo ancora in questo paese. Se non ci credessi sul serio non starei qui a sbattermi bussando a tutte le porte disponibili, ma tra un po’ dovrò pensare a prostituirmi se voglio campare (e considerando che è un mercato in espansione, magari farei pure bene!).


La mia non è una voce isolata. C’è un esercito di (quasi) disperati che non chiedono altro che lavorare, solo quello. No, non è vero, ho detto una cazzata e rettifico.
Chiediamo di lavorare e di avere pari trattamento con gli stranieri. In tutto. Perché sembra che ci sia una diffusa credenza secondo la quale loro avrebbero agevolazioni che noi (cittadini italiani nati in loco) non abbiamo. Non vi porto dati, vi porto testimonianze. Pertanto, se qualcuno ha qualcosa da ridire, faccia pure.

Nelle graduatorie delle case popolari tra i primi della lista ci sono stranieri. Nelle graduatorie per gli asili, idem. Tra le assunzioni degli operai generici gli stranieri sono più degli italiani.
Adesso per fare il semplice cameriere (semplice un cazzo, un tempo era un lavoro altamente qualificato e io ne so qualcosa) non serve parlare un italiano perfetto, basta che ti adegui a paghe misere e orari da ricovero in psichiatria (beh, questi ultimi c’erano anche prima, ma almeno prendevi bei soldini).

Le imprese assumono gente sotto i trent’anni (e se stranieri è meglio) perché hanno agevolazioni fiscali, ma non c’è nessuna agevolazione governativa per il semplice fatto di ASSUMERE.
No, dico, non serve una laurea in economia per capire che se la situazione economica del paese è in stallo è perché girano pochi quattrini e se ne girano pochi è perché manca il lavoro e se manca il lavoro la gente non ha soldi da spendere!
Se il governicchio si occupasse del problema lavoro in modo responsabile l’economia capitalista di questo minchia di paese si risolleverebbe in pochi anni.

Ma cosa parlo a fare…
Mi spertico in tempo e parole che non verranno ascoltate.

I sindacati un tempo si preoccupavano dei lavoratori e anche dei disoccupati, mentre oggi il loro solo interesse è quello di prendere la paga a fine mese. Inutile dir di no, le battaglie di un tempo sono finite e si vede benissimo.

C’era una volta il Partito Comunista, il partito dei lavoratori, che malgrado abbia sicuramente fatto stronzate come gli altri, almeno si batteva come un leone per i diritti del lavoro.
Oggi tra i partitucoli presenti non ce n’è nemmeno uno degno di chiamarsi Partito. Sono accozzaglie di furfanti che vivono alle nostre spalle. Anzi, sulle spalle.

Diamo asilo a stranieri che approdano sulle nostre coste e gli offriamo un posto dove stare, una minima diaria giornaliera e ci occupiamo di trovar loro un lavoro e una casa.
Il governo prende i soldi delle NOSTRE tasse e li devolve a questi aiuti umanitari. E io sono d’accordo che si debba aiutare chi è in difficoltà, ma vorrei sapere perché non lo si fa con tutti quelli che si trovano nella medesima situazione.

Avevo detto che non volevo arrabbiarmi, porca trota…
Vabbè, ormai il danno è fatto.

Ti presenti con il tuo bel curriculum, lindo e profumato. Sei sbarbato, pettinato, in ordine e pronto all’esame. I fogli che hai in mano la dicono lunga sul fatto che fino a ieri ti sei fatto un culo così senza tante storie.
Sai fare diversi lavori perché ti sei adattato e li sai fare pure bene. Parli anche una lingua straniera in modo fluente e l’italiano lo snoccioli come un plurilaureato.
Non ti spaventa niente, hai forza lavoro da demolire l’Uomo d’Acciaio (che ti fa una sacrosanta pippa), l’aspetto che porti in visita è giovanile quanto basta da far passare un trentenne per il tuo gemello.
Insomma, hai le carte in regola per beccarti il primo posto disponibile non subito, prima di subito!
E invece, invece…

«Le faremo sapere».
«Lei ha molta esperienza». (Che significa troppa, va a sapere perché).
«Ha un profilo interessante». (Che non significa un accidente, se non “ciao ciao”).
Tutto perché hai 50 anni, sei italiano e si crede (ma non è vero, come devo dirvelo?!) che non accetteresti un lavoro più semplice, qualsiasi cosa voglia dire, e una paga minore.

Ecco. Sfuriata finita.
State bene?
Io sto come prima.
Andate in pace.




Postilla: in due anni e mezzo dal mio ritorno ho trovato due posti, rigorosamente a tempo determinato (la legge è così).
Lavori non remunerati quanto dovuto, ma va da sé che va bene, sempre per il principio che Uno è maggiore di Zero.
Però poi i lavori a tempo determinato non sempre si trasformano in indeterminato se…non sei disposto a fare lo schiavo e/o se non sei disposto a trasformarti in un leccaculo da campionato del mondo.
La sincerità e la schiettezza, ahimè, non pagano più. Anche se sei un bravo lavoratore.

Ri-andate in pace.

martedì 8 maggio 2018

Cronache Dall'Assurdo: L'Ospedale Sant'Anna Di Cona

Questo articolo l'ho pubblicato la prima volta
il 18 marzo 2016 su www.hackthematrix.it
e  successivamente il 20 marzo 2016 su www.simonezagagnoni.it

Ho deciso di riproporlo (con qualche piccola revisione) perché credo
che le Cronache Dall'Assurdo della nostra città siano diverse e variegate,
e vale la pena dare uno sguardo in giro,
senza farsi mancare niente.

Leggerlo richiederà una decina di minuti...e se proprio non vi farà saltare sulla sedia dall'incazzatura, forse riuscirà a strapparvi persino una risata. Amarognola, certo...

PRONTI?



Premessa.

Cosa non va nel Bel Paese? Parecchie cose.
Tra le tante che funzionano a singhiozzo, o addirittura funzionano male, c’è la Sanità Pubblica.

Se da una parte abbiamo una percentuale altissima di personale qualificato e di enorme competenza, dall’altra paghiamo lo scotto con una burocrazia farraginosa, fatta di regole spesso al limite dell’assurdo (basta pensare ai tempi di attesa per visite o esami diagnostici) e parecchie strutture vecchie, decadenti, inadeguate o nuove ma dalle curiose logiche progettuali.

Tanto per cominciare, e sicuro di andarmi a gettare in un ginepraio, voglio parlare proprio di una di queste ultime: il nuovo polo ospedaliero Sant’Anna di Cona (frazione di Ferrara).

I numeri e le informazioni di questo articolo sono andato a cercarmele in rete (fonti Il Fatto Quotidiano, La Nuova Ferrara, Estense.com. Wikipedia, ospfe.it e altri). Se volete fare lo stesso e verificare quanto leggerete in seguito, prego, ne sarò ben contento. Voi un po’ meno.

Per realizzare quest’immensità quantomeno bizzarra, soprattutto per la logistica interna, sono serviti ventuno anni (21). Roba da matti se consideriamo le attuali tecniche di costruzione e la tecnologia di cui disponiamo.

E poi c’è il denaro speso: cinquecento milioni di Euro (500 000 000).
Probabilmente ne servono meno per andare su Marte e tornare in tempo per la cena…

Nota: alcune fonti giornalistiche dicono che la spesa è risultata quasi decuplicata rispetto ai preventivi originali per via delle lungaggini burocratiche, dei processi e di tante altre cose, ma tralasciamo per amor di decenza di elencare le vicende legate agli appalti truccati, alle truffe, alle bustarelle, alle indagini su “chi ha fregato chi, dove, come e chi ha omesso cosa”, senza contare gli abusi d’ufficio e chissà cos’altro, ma concentriamoci sull’utilità della struttura e della sua dislocazione rispetto alla città.


Nelle foto una porzione degli ingressi e del viale davanti all’ospedale.


Dove si trova e come raggiungerlo.

L’Ospedale di Cona è raggiungibile, dalla città, in auto dalla via Comacchio, dalla via Pomposa (di seguito via Palmirano) e dalla superstrada Ferrara-Mare. In chilometraggio, facendo una media tra le scelte possibili, si tratta di circa 7/10 km, ma considerando il traffico che una piccola città come Ferrara è capace di mettere su strada, per raggiungerlo in parecchi orari “topici” ti servono non meno di venti minuti.

Se stai male o hai una emergenza fai in tempo a tirare le cuoia;
se devi andare a trovare un parente, è meglio se parti con mezz’ora abbondante di anticipo;
se si verifica qualche tipo di evento meteorologico appena sopra la media (tipo un bel temporale) puoi star sicuro che ti serviranno trenta minuti di bestemmie e insulti.

Sì, certo, puoi darti una mossa in macchina, ma con la pioggia se sulla superstrada rischi di sbriciolare il semi asse o di volare fuori carreggiata grazie a una asfaltatura indegna, sulle due vie sopracitate la viabilità a due corsie ti costringe a non superare i 40 km/h, bene che vada.

(Fonte - Comune di Ferrara)

Per non parlare dei mezzi pubblici: in autobus è un vero girone dantesco, in termini di tempo, senza contare che oltre un certo orario serale (circa le 21,30) non c’è modo di tornare a casa: o dormi lì, o te la fai a piedi oppure ti affidi a un taxi.

Nota: il costo di una corsa in taxi da e per l’ospedale non ti costa meno di 20 Euro (te lo spacciano per 18 Euro sul sito www.ospfe.it, ma è una cazzata e io l’ho verificato e comunque, se permettete, andare e tornare per 36/40 Euro è un autentico furto).

Poi c’è il treno o, com’era stata chiamata, la Metropolitana di Superficie.
Io non ho ancora verificato personalmente, ma ad oggi, e seguendo le informazioni date anche dai quotidiani, questa linea ferroviaria sarebbe ancora un fantasma.

Quindi, considerando la dislocazione del vecchio ospedale (in piena città), la logica di questo spostamento del blocco ospedaliero sfugge alla mente di chiunque. Non compresi quelli che qualcosa ci devono aver guadagnato, chiaro no?

Vogliamo parlare delle ambulanze? Quando devono correre perché in stato di emergenza e sono costrette a percorrere la via Comacchio o la via Pomposa possono suonare le sirene quanto vogliono, ma il traffico delle auto non si può far sparire improvvisamente e io ho visto di persona le manovre in pieno stile hollywoodiano degli autisti del 118 e anche di altri, come me, che cercavano di “togliersi dalle balle”, per dirla con un francesismo.

Pertanto, anche per questo risulta ovvio che la scelta di spostare l’ospedale fuori dalla città, con queste vie di accesso, non è stata tra le più sensate che le amministrazioni ferraresi abbiano preso.


I posti letto e lo spazio “a perdere”.

Altro aspetto al limite dell’assurdo è la capacità di accoglienza riservata ai degenti.

(Fonte - Comune di Ferrara)
Vista dall'alto del "vecchio" Arcispedale Sant'Anna
di Ferrara.

Tra il “vecchio” e il “nuovo” ospedale c’è una differenza di circa cinquecento (500) posti letto. Un paradosso se si pensa alla grandezza del nuovo polo ospedaliero: il vecchio S.Anna possedeva circa milletrecento (1300) posti, mentre il nuovo supera di poco le settecento (700) unità.

Considerando la cifra pantagruelica spesa per realizzarlo (500 milioni di euro, ribadisco), non serve un fenomeno per capire che con la metà secca si poteva ristrutturare il vecchio ospedale rendendolo un gioiello vivibile, organizzato e super-tecnologico. Con quali strumenti mi permetto una simile affermazione? Con quelli del buon senso, mi sembra lapalissiano.

Innanzitutto c’è il discorso delle dimensioni.
L’ospedale di Cona è qualcosa di mostruoso.
Salta all’occhio immediatamente l’immensità degli spazi interni completamente inutilizzati.

A che pro avere circa 500 posti letto in meno a fronte di un’area (ingresso 1) enorme senza nessuna, e sottolineo nessuna, ovvia utilità? È un ospedale o un centro benessere?

Nelle foto una porzione dell'ingresso 1.
La struttura futuristica visibile nella foto di sinistra è l’area ristoro.


La scala mobile dell’ingresso 1 vista da altra prospettiva.

Qualcuno potrà dire che il vecchio e obsoleto S.Anna aveva corridoi stretti, molti reparti piccoli e stanzoni immensi a sei o otto letti, ma se il cambio doveva avvenire per ottenere corridoi immensi, aree interne giganti e senza scopo, strutture di collegamento (snodi) grandi come miniappartamenti per una riduzione astronomica di posti per i degenti…dov’è il senso?

Certo, bello è bello, anzi, bellissimo, ma la funzionalità e la logica di realizzazione dove sono?

 Nella porzione di foto a sinistra una delle tantissime aree senza nessuna funzione.
Notare la grandezza dell’estintore per avere un’idea delle dimensioni.
Nella porzione di foto a destra una delle tantissime “piazze” interne: incroci tra corridoi e reparti.


Nelle due foto accorpate altre aree (piazze) realmente gigantesche e senza nessuna utilità.


Più ci si aggira tra le aree di questa mega-costruzione più si ha l’impressione che forse dovesse solamente soddisfare l’ego represso di chi l’ha progettata perché, di fatto, tutto manca di senso pratico.

Nella logica commerciale del nostro bel mondo schiavizzato dal capitalistico principio per cui ci devi sempre e solo guadagnare, le città sono state trasformate in alveari di mono e bi locali, mini appartamenti, mono stanze soppalcate.
Tutto per ottimizzare spazi, infilarci più gente e avere maggiori introiti.

Per l’ospedale di Cona si è usato il metro opposto.

La struttura non è solo dispersiva, ma assurda. Lo sfruttamento dello spazio necessario è completamente perso nel nulla.

Un esempio: il reparto degenze della Medicina Interna Universitaria consta di 23 camere a due letti, per un totale di 46 posti. Attorno a questo reparto c’è talmente tanto spazio inutile che la mia mente scevra da ogni tipo di studio progettuale ha subito dedotto che potevano starci tranquillamente almeno altre cinque o sei stanze, senza rendere l’area claustrofobica per degenti e parenti. Sono un fenomeno io oppure ho completamente travisato l’idea alla base di questa progettazione?

Attendo suggerimenti.


La segnaletica interna.

Come ogni ospedale, anche quello di Cona ha tantissimi reparti, laboratori, ambulatori, sale operatorie, aree comuni, aree di ristoro e via dicendo.

Ci sono due ingressi principali. Uno, come ho detto, che sembra quello di un centro benessere di lusso, l’altro, invece, dà l’impressione di essere stato pensato in un secondo momento, quando i soldini ormai erano finiti: di dimensioni umane, spoglio e privo di vivaci picchi architettonici futuristici.

Da entrambi gli ingressi, per dirigersi in qualsiasi punto dell’ospedale, ci si deve affidare a un tipo di segnaletica che ti aspetti di trovare al Cern di Ginevra o al Kennedy Space Center (o in una base spaziale cinematografica).


(Fonte – La Nuova Ferrara) Visitatori davanti al pannello dell’Ingresso 2.
Stanno leggendo l’elenco dei reparti e corrispondente dislocazione con
codice. Altre indicazioni? No.


Ogni reparto e servizio è identificato da un codice composto da numero-lettera-numero (settore-corpo-piano).
Quindi, se devi andare dal Centro Prelievi alla Degenza Cardiologica devi sapere che vai dal 1E0 al 2C3 (dal settore 1 corpo E piano terra al settore 2 corpo C terzo piano).

Hai a disposizione scale e ascensori che, però, se non stai molto attento, ti fanno percorrere centinaia di metri inutilmente.
E c’è anche da considerare che diversi ascensori del primo piano, in alcuni settori, non ti portano a piano terra.

La domanda sorge ovvia: non c’era proprio nessun altro modo di organizzare la segnaletica così che non fosse necessario studiarsi prima la planimetria?

Dico, avete presente la percentuale di anziani sul territorio? Ora, immaginatevi questi poveri malcapitati girare come anime perse alla ricerca di quel reparto o di quell’ambulatorio.

«È una questione di comodità e con un po’ di pratica ci si orienta benissimo». Sostiene una burlona che lavora nell’azienda. Comodità per chi? E poi, pratica? Ma non è che uno ci debba stare per forza qualche settimana per imparare a girare la struttura! Personalmente se non vado all’ospedale sono ben contento! Cos’è, dobbiamo organizzare dei tour informativi?

La questione della segnaletica è stata per me una vera e propria sorpresa. Negativa. La prima volta che sono entrato mi sono sentito dentro a un film di fantascienza.

Abituato da sempre, purtroppo, a girar per ospedali (non solo Ferrara, ma Bologna, Catania, Aosta, Milano, Torino e relative strutture nelle province) ero ancorato al concetto di segnaletica interna classica: ingresso con pannelli a muro dove si indicavano i reparti disposti per i piani e relative frecce di indicazione; corridoi con pannelli informativi e segnalazioni dei distinti reparti bene in vista.

A Cona? Neanche a parlarne. Numero-lettera-numero e buona fortuna.

Qualche cittadino l'ha presa con ironia...

Sia al giga-mega ingresso 1 che allo “spartano” ingresso 2 ci sono cartelloni a muro con gli elenchi di tutti i reparti (no, tutti no. Manca quella dell’oculistica ambulatoriale del 3C0… [almeno così era fino al 2016, ndr]) e relativi codici.

Ma, sorpresa! Mancano le indicazioni degli Snodi! Eh già, ci sono anche gli Snodi. Cosa sono? Bella domanda. Me l’ero posta anche io.

Gli Snodi sono quelle aree enormi di cui parlavo prima dove, se non sai esattamente dove andare, ti perdi nel nulla. Collegano corridoi ad altri corridoi, per andare da un reparto all’altro, senza che esista un sistema di orientamento che dia senso a questa parola (orientamento, of course).

Nelle due foto accorpate...
Spazi, spazi e ancora spazi.
Senza logica pratica. Immensi corridoi, snodi, piazzole.



I servizi e il personale.


Esempio di personale in servizio.
(Fonte - www.ferrara24ore.it del 9/2/12)


Funziona qualcosa in quest’ospedale? Sì, fortunatamente sì. Anzi, possiamo dire che è proprio questo il punto di merito, ma è dovuto al personale, non alla struttura.

La burocrazia ospedaliera è come sempre spinosa e invereconda, ma questo non dipende dal personale amministrativo e medico, ma dalla solita logica non sense tipica della nostra penisola.

Quando ci si reca alle accettazioni dei vari reparti e ambulatori non è colpa del personale se mancano le strutture per evitare le file interminabili (avete presente i numerini che si strappano dalle apposite colonnine? Ecco, cercatele…non ci sono ovunque), così come non si possono addebitare agli operatori le mancanze dovute al non aggiornamento di alcune pratiche.

Si arriva con una domanda “non prevista” e si deve attendere che chi si trova dietro al banco riesca a trovare la risposta giusta sul terminale. Però, nella maggior parte dei casi, ce la fanno e riescono a dare risposte e portare a compimento il servizio all’utente.

Come ho detto, i servizi ci sono. Non sono rapidissimi, certo, ma ci sono. E se non sono veloci il motivo è da ricercare nella mancanza di personale, non nell’incapacità dello stesso.

Del resto i tagli alla Sanità sono continui e non è difficile ascoltare lamentele da parte di medici, infermieri, operatori socio sanitari che fanno turni massacranti perché «siamo solo noi».

Io ho toccato con mano la professionalità di queste persone. Nei reparti, negli ambulatori. La cosa che più mi ha colpito è stata l’assistenza che non fanno mai mancare agli utenti e ai degenti. E quando qualcosa non va nel verso giusto e ci si lamenta, loro cercano di riparare senza battere ciglio.

Certo, potrà capitare che qualche medico, infermiere, OSS non sia abbastanza cortese o disponibile, ma se succede si tratta comunque di rare eccezioni.

In altre strutture della città ho riscontrato una professionalità molto più scarsa quindi, se devo dire che qualcosa funziona in questo labirinto di cemento e cartongesso, quello è il personale.


Il pronto soccorso.

(Fonte – La Nuova Ferrara)
Una porzione delle sale di attesa del Pronto Soccorso.


È un capitolo a parte, delicato e anche fastidioso.

Il servizio del 118, ammettiamolo, fa i miracoli con niente.
Come in ogni maledetto ospedale d’Italia (se avete notizie diverse aspetto di sentirle) le attese al Pronto Soccorso sono lunghissime.

Cona, purtroppo, si fa carico di un territorio vastissimo e pur avendo distribuito in città delle zone di Pronto Intervento (per non far partire tutte le ambulanze dall’ospedale) ancora una volta paga lo scotto dei tagli alla Sanità.

Quando si arriva viene applicato un codice-colore relativo all’urgenza e ci si mette l’animo in pace: se sei un codice verde aspetti, bene che vada, non meno di quattro/cinque ore.

Ho avuto la sfortuna di andarci più volte in un mese e ho visto quasi sempre le stesse facce: operatori, infermieri, medici. Sono pochi e i tempi si allungano a dismisura in giornate topiche (che non sono poche) quando il Pronto Soccorso è pieno fino all’inverosimile.

E mi ripeto: questa gente va ringraziata e encomiata per l’assistenza che dà continuamente. Non possono essere in tre posti diversi contemporaneamente, ma arrivano appena possono.

Altro discorso vale per gli ambulatori di visita. Mi è capitato di essere lì in una giornata dove c’era realmente “l’inferno”: pieno di gente e ambulanze che andavano e venivano di continuo. E gli ambulatori disponibili erano soltanto due. Cosa si può pretendere? La colpa non è loro, ma di chi toglie stanziamenti (il governo e le amministrazioni comunali e regionali).

Nota di aggiornamento: l’ultimo fenomeno che sta colpendo il Pronto Soccorso di Cona è quello dei senzatetto che vanno a rifugiarsi lì per la notte.
Un discorso a parte che affronterò in un altro articolo.


I parcheggi.

(Fonte – La Nuova Ferrara) Notare dove gli utenti sono costretti a parcheggiare.


Questa è una nota dolente quanto un dente cariato.

Il fenomeno che ha progettato l’area parcheggi non ha considerato la miriade di persone che si riversano qui, soprattutto al mattino e nel primo pomeriggio.
Parenti dei degenti, utenti per visite ed esami, personale.

Ci sono momenti in cui si notano auto parcheggiate persino in prossimità delle rotonde, fuori dalle aree adibite alle auto.
Sì, certo, il parcheggio è gratuito per ora (e non lo sarà ancora per molto, ndr).

In più, ma ormai lo avete capito che la parola “logica” non si può applicare a questa struttura, c’è da dire che la segnaletica e la viabilità per e nei parcheggi è assolutamente Senza Senso.
Provare per credere.


Conclusione.

Vi ho fatto un quadro snello e rapido (credetemi sulla parola, ce ne sarebbe da scrivere per un libro intero) delle problematiche legate al nuovo polo ospedaliero di Ferrara.

Non mi sono soffermato sulle carenze strutturali e tecniche presenti e che sono ancora oggetto di discussione, senza contare (come detto all’inizio) tutte le vicende legali sorte durante e dopo l’avvio operativo della struttura.

Rimane il fatto, incontrovertibile, che questo progetto ha delle falle immense.

Chi lo ha progettato aveva le pigne nel cervello, poco ma sicuro, e chi lo ha pensato dovrebbe essere portato davanti a una commissione di cittadini per spiegare il motivo che ha spinto a non considerare di rimettere a nuovo il vecchio e caro ospedale di Corso Giovecca.

Ribadisco: secondo me si poteva ristrutturare con la metà della cifra spesa per quello di Cona, con buona pace dei Super Esperti Del Settore (abbiamo visto…).

Ora, però, ce lo dobbiamo tenere e ce lo dobbiamo pure far piacere.
Che spettacolo…



Rolando Cimicchi


giovedì 3 maggio 2018

Io Mi Vergogno


Da bambino assistevo in silenzio ai racconti del mio papà. Mi stupivo di quante cose avesse fatto e di quanti luoghi avesse visto. Rimanevo incantato.

Solo con gli anni della maturità ho compreso quanto avesse imparato, e la meraviglia è aumentata.
Tanti, che come lui avevano attraversato la guerra, si erano persi in pensieri di odio perpetuo; avevano abbandonato la strada che portava verso la tolleranza e l’accettazione che esiste qualcuno diverso da te. Ma lui no. Nonostante quel che aveva passato.
Il mondo che aveva visto era diviso tra luci e ombre. Simile a quello che vediamo oggi.
Simile, non uguale.

Io cammino qui. Tra le macerie di quello che poteva essere e non è stato.
Non posso tornare indietro nel tempo e cambiare gli avvenimenti che ci hanno portato fin qui. Sono troppi. Una serie di eventi che si sono collegati tra loro e a cui non si può imputare nessuna origine, se non quella della scelleratezza umana.
Ma tra queste macerie devo vivere, non ho alternativa.
Qua e là posso scorgere qualche fiore nascere, malgrado tutto, ma non sono certo che sia sufficiente a sedare la mia profonda delusione. Il mio rammarico.

Quanto tempo passato a credere che potessimo cambiare…

Il mio papà sarebbe morto di crepacuore osservando cosa abbiamo fatto. Quanto abbiamo dimenticato, come ci siamo ridotti, cosa siamo diventati.
Io, come figlio e come uomo, mi vergogno.

Mi vergogno di non essere stato all’altezza di chi ha sacrificato tanto per tentare di costruire qualcosa di buono. Perché gente illuminata ne abbiamo avuta, ma non l’abbiamo ascoltata. Abbiamo seguito i fanatismi religiosi, le strade del profitto assoluto, l’indifferenza verso la sofferenza, la politica dell’ego e del potere.
Ai margini delle nostre vite, poco considerati e a malavoglia osservati, abbiamo lasciato i colori e i profumi delle arti e delle filosofie, della cultura e del sapere.
Ci siamo appropriati di quanto serviva per compiacerci e nulla più.

E dove ci ha portati tutto questo?
A niente.
Perché davvero non abbiamo niente.
Ci scanniamo l’un l’altro senza sosta per un pugno di polvere. Parliamo ancora di Dio e di Libertà, ma se il primo è una domanda, la seconda è una chimera.

Io mi vergogno del sangue che mi scorre tra le mani.
E osservo i cumuli di cadaveri che anche io ho contribuito ad ammassare, con il mio silenzioso assenso. Morti che furono persone, vicine e lontane. Con le loro vite speciali e diverse. Non numeri. Persone.
Io mi vergogno di non aver urlato abbastanza per tentare di fermare l’oceano di odio che si diffondeva. Lo stesso odio che alimenta senza freno ogni passo che muoviamo.
L’odio per il diverso, per il non conforme.

Eppure potevamo fare qualcosa. Abbiamo avuto gli strumenti in mano. Abbiamo avuto le possibilità. Abbiamo avuto le chiavi della svolta.
Abbiamo fatto finta di niente. Troppo grande il desiderio di avere e possedere, invece di essere e divenire.

Quanto mi vergogno… e lo faccio per tutti, anche per quelli che si sono sempre nascosti dietro a un posticcio «Cosa c’entro, io?»; tutti i buonisti dell’ultima ora, tutti i teorici dell’uguaglianza, tutti i filosofi del bar sotto casa; ma anche tutti i difensori del suolo patrio, delle tradizioni nostrane, dei “nostri valori”.
Mi vergogno di tutti.

A parole siamo stati dei campioni di giustizia, ma non siamo mai veramente scesi in strada per difendere quelle parole che sembrano appartenere solo a noi e non ad altri.
Perché, sotto sotto, non ci è mai fregato niente che migliaia di persone innocenti venissero sterminate in parti del mondo troppo lontane per ricordarne la posizione su una cartina geografica.
Perché l’orrore ti gela il sangue solo quando bussa alla tua porta.
Abbiamo ignorato per decenni segnali allarmanti.

Povero papà…
Tu che dicesti «Sono andato alla ricerca dell’Uomo», ricordando i tuoi lunghi viaggi, chissà cosa diresti ora. Gli uomini dei tuoi tempi non erano tanto diversi da noi, presumo, ma ho davanti agli occhi la tua espressione e mi sembra di scorgervi una speranza che, purtroppo, è stata polverizzata.

Eri un illuminato? Un idealista? Un sognatore?
Tu che avevi vissuto in Africa, insieme a una tribù del Tanganica; che avevi attraversato l’Asia fermandoti in Tibet, in Pakistan, nella penisola indocinese; che eri stato nel deserto dividendo cibo e acqua con i Tuareg e avevi ascoltato i passi del Corano nelle vicinanze del Cairo.
Di quel mondo che i tuoi occhi avevano visto e che le tue parole avevano portato a casa, cosa è rimasto?

Io mi vergogno.
Mi vergogno di non essere all’altezza della parola Uomo. Mi vergogno di essere parte di questo grande teatro di barbarie e inciviltà.
Mi vergogno della lacrima che ho versato per i morti delle stragi in Europa, mentre molte erano richieste per le altre vittime e io non le ascoltavo.
Mi vergogno di essere io stesso un mostro, perché il richiamo della vendetta sommaria è dolce e sibillino e io lo ascolto.
Mi vergogno dei pensieri atroci che ho avuto e che fanno il gioco voluto dai Grandi Artefici che si nascondono dietro le quinte.
Quelli che non si mostrano mai come sono realmente.

Eppure…
Eppure, niente.
Vorrei dire che ci voglio ancora credere, ma non so se ne avrò la forza.

Vorrei tornare bambino e perdermi tra le tue braccia. Per sentire la sicurezza dei tuoi ideali, la gentilezza del tuo respiro, l’amore incondizionato che nutrivi per il prossimo, chiunque fosse e qualsiasi colore avesse o fede professasse.

Invece sono solo un uomo che cammina tra queste macerie. Senza fare niente.
E mi vergogno, per questo.


Rolando Cimicchi